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La seta --- Leggenda e storia

C'era una volta... E' ridicolo, ma si puo' incominciare cosi', come le belle e radiose favole della gioventu', per dire delle prime leggende e quindi delle prime notizie sulla conoscenza e sull'allevamento del baco da seta.
Dunque la tradizione giapponese vorrebbe che una figlia del re - la fanciulla dai capelli d'oro - scacciata dall'India, giungesse in Giappone in un cavo tronco di gelso, ove, colpita da morte, si trasformo' in un baco da seta. Ma questa ha troppo del fantastico e poco dello storico.
Passiamo ora alla storia; ma anche in questa si frammezza un po' di leggenda.
Si trova nella storia della Cina che gia' trenta secoli A.C. Schi-nong, imperatore cinese, dava incremento all'allevamento del baco da seta, il cui filo serviva solo per far lenze e corde per istrumenti musicali.
Secondo Confucio, il baco da seta esisteva nell'impero cinese allo stato domestico fin dal 2600 a.C., ed egli narra anche come Se-ling-ki, moglie all'imperatore Ho-ang-ti, fosse stata la prima ad insegnare l'arte di allevare il filugello e di svolgere dal bozzolo il filo.
L'ingegnosa imperatrice, la protettrice del baco da seta, fu per riconoscenza, da quelle genti, elevata a deita' e venerata, e dopo di lei tutti i regnanti di questa regione s'opposero con severe leggi, a che l'industria serica uscisse dai loro territori, mentre cercavano favorire il commercio dei tessuti serici con tutti i popoli allora conosciuti.
Solo nel IV secolo a.C. il baco da seta varco' il confine della Cina per l'Occidente.
Una principessa Cinese, andata sposa ad un principe di Bokara, porto' segretamente a Kotan, nascosti nei capelli, le uova del baco da seta ed i semi del gelso, perche' la loro esportazione era proibita, pena la morte.
Passata la prima barriera, la coltivazione del baco da seta si diffuse dapprima in Asia e più tardi passo' in Europa.
Verso il 200 a.C. il baco giunse in Corea, portato da emigranti cinesi, e da qui passo' nel II e III secolo dell'era cristiana in Giappone, ove nel 310 d.C. furono chiamati operai cinesi ad istruire i Giapponesi nella tessitura.
Presso altri popoli asiatici (Assiri, Persi, Indi, ecc.) si utilizzava fin da epoche remotissime il baco da seta, ma era tenuto allo stato selvatico.
Ed e' solo nel 552 d.C. che due monaci, venuti a conoscenza degli sforzi che l'imperatore Giustiniano faceva per liberare il commercio delle sete dal monopolio persiano, dopo aver ad esso spiegato che la seta era data da un baco, promisero che avrebbero importato nell'impero il baco.
La leggenda narra che i due intraprendenti monaci recarono a Bisanzio molte uova nella canna di bambù, ed insegnarono all'imperatore il modo d'allevare i bachi, anzi si dice che quelle uova furono fatte schiudere a primavera al calore del letame.
Lallevamento si estese presto nei dintorni di Costantinopoli, poi passo' in Grecia, in modo che il Peloponneso veniva coperto da gelsi, e percio' cambio' il nome in quello di "Morea".
Poi la bachicoltura si estese successivamente nell'Asia occidentale ed in alcuni paesi dell'Africa.
Ma perche' i monaci hanno dovuto spiegare a Giustiniano che la seta era data da un baco, se da lungo tempo i romani la conoscevano, e tanto i greci che i quiriti romani si vestivano di porpora ebisso? Voi domanderete.
Ma i romani ed i greci conoscevano la seta, solo perche' l'avevano dai mercanti arabi e persiani a peso d'oro, ed era ritenuta tanto preziosa che, a quanto dice la leggenda, Brenno, sulla famosa bilancia, volle che insieme all' oro, si mettesse della seta, tanto questa lo aveva empito di gradita meraviglia.
Ma i cinesi, come astuti negozianti seppero tener a lungo il segreto sul modo di produrre e lavorare la seta, lasciando la fantasia degli acquirenti libera d'inventare.
E noi vediamo Aristotile, che da' al baco le corna e lo fa vivere sei mesi all'anno (il prof. Franceschini crede anzi voglia alludere, per la durata della vita, al Lasiocampa Olus, specie che si trova tutt'ora nell'arcipelago greco).
Ed Erodoto dice che la seta e' una lana di un albero selvatico, Strabone, la dice prodotta da un insetto proveniente dai fiori di cipresso.
Virgilio scrive: Velleraque ut [olii depectant taenia Seres. (Georgiche, Libro II, v. 121). ritenendo che i Seri (popoli dell'Asia corrispondenti ai Cinesi) raccogliessero la seta dagli alberi. Plinio non solo dice che il baco ha le corna, ma anche che i Seri ottenevano la seta pettinando le canizie di alberi bagnati nell'acqua.
Pausania, che vive nel 174 d.C., e' il primo che dice che la seta deriva da un insetto, ma poi soggiunge che questi e' grosso il doppio di uno scarafaggio, ma e' simile ad un ragno; i Seri fabbricavano per questo strano insetto apposite case per l'inverno e per l'estate dove per quattro anni (le quattro mute) lo nutrivano con miglio e nel quinto anno copiosamente con foglie verdi di cui e' ghiotto, finche' scoppia per pinguedine e dal suo interno ne tolgono abbondanti fili serici!
Ne dicono di carine?!... ma devono giocare ad indovinare tutto, quindi l'immaginazione lavora costruendo su quell'unica notizia, che forse hanno potuto intuire.
E' solo verso il secolo XII d.C. che la bachicoltura si diffonde in Europa per opera di Ruggero II che, avendo mosso guerra alla Grecia, coi prigionieri pono' in Sicilia la coltivazione del baco.
Ma e' quasi certo (come dice il Bordiga, rilevando da documenti dell'epoca) che l'industria del baco esistesse e che Ruggero II non abbia dato che l'impulso per la lavorazione della materia prima, facendo confezionare stoffe di gran pregio e di laboriosa fattura; perche' la coltivazione del baco pare l'avessero introdotta i Greci bizantini, quando riconquistarono la Calabria nel secolo X e la ripopolarono con coloni greci.
Dalla Sicilia la coltivazione del baco si estese in tutta l'Italia.
L'industria della lavorazione della seta ebbe grande incremento, ed infatti noi troviamo in molte citta' d'Italia officine di filatura, tintura e tessitura; gli operai ne erano ricercatissimi anche dall'estero; ma la materia prima di quest'industria era fornita non dall' allevamento locale, ma da seta ponata e comperata dai mercanti.
Lucca fu una delle prime citta' che si dedicarono all' allevamento dei bachi, ed i suoi setaioli divennero potentissimi.
A Firenze, per spingere, far prosperare e fiorire la coltivazione del baco da seta, perche', quantunque splendida qui fosse l'industria serica, pure, come assicura Brunetto Latini, la più parte della seta greggia per le 80 fabbriche di drappi, era fornita ancora dall'Oriente, nel 1413 furono dichiarate esenti da dazio la foglia di gelso ed i bachi che si portavano in citta', e nel 1440 venne ordinato a tutti i coltivatori di piantare cinque gelsi nelle loro terre.
E la poca conoscenza e diffusione del baco da seta e' convalidata dalla poca copia di scritti, ricordi, osservazioni intorno ad esso. Vediamo infatti come più tardi, meglio apprezzato e più conosciuto l'allevamento del baco, questo ha la fortuna o la disgrazia, di ispirare da solo più poemi che tutti gli altri animali. Lo vediamo poi assumere molti nomi, indizio evidente d'essersi diffusa la bachicoltura in molte parti d'Italia.
Continuiamo a seguire cronologicamente il baco nel suo avanzarsi ed affermarsi della sua coltivazione nelle provincie italiane:
Una "provvisione" del Comune di Vicenza, 30 Novembre 1478, afferma che la bachicoltura vi costituisce il tesoro largitogli dalla fortuna, ed il Consiglio minaccia la perdita di un occhio a chi avesse rubata una pianta di gelso. Come erano severi i nostri nonni, nel proteggere un'industria che era un bene economico per il paese, apportatore di un benessere individuale!!
Verso il 1490, Lodovico Maria Sforza impiantava il primo gelso nel suo parco di Vigevano e da allora solo data l'allevamento del baco, qUantunque anche in Lombardia esistesse la lavorazione della seta.
Nel 1507 il Muralto nota che le campagne vicino a Como davano l'immagine d'una selva di gelsi tanto che il setificio vi surrogo' l'importanza del lanificio.
Nel 1569 Agostino Gallo dice che i Bresciani coltivavano meno bachi dei Veronesi, Vicentini, Padovani, Trevisani, Friulani.
In Piemonte la bachicoltura assunse vaste proporzioni sotto Emanuele Filiberto.
Genova e' la citta' nella quale per la prima volta si allevano bachi bivoltini, e fu una delle più ragguardevoli piazze per il commercio del seme bachi. In essa fu importato il seme bachi nel 1261 da Costantinopoli.
Dal complesso di queste notizie si puo' concludere che solo nei secoli XV e XVI la bachicoltura acquista larga importanza economica in Italia.
Le ulteriori notizie statistiche informano che fino al secolo XVIII l'allevamento dei bachi ha continuato a diffondersi in ogni regione; poi solamente nelle pIaghe del nord, restringendosi sensibilmente nelle provincie meridionali e rimanendo pressoche' invariato nelle centrali; all'estero intanto andava prendendo grande sviluppo l'industria serica, ma si lavoravano i bozzoli che per la maggior parte provenivano dalle provincie italiane.

bugatt a Cardan (Bachi da seta a Cardano)

Le nuove generazioni si chiederanno cosa significhi mai questa strana parola che un tempo era pronunciata con una vocale "i" che somigliava più a una "u": i bugatt.
Ma ben ne conoscono il significato i non più giovani: questa strana parola che possiamo tradurre "bachi da seta" richiamerà loro una grossa ondata di ricordi, di ansie, di speranze, di trepidazioni, di guadagni straordinari ma soprattutto di fatiche inumane, ricordi lontani ormai di oltre un secolo.

Un allevamento domestico
L'agricoltura fu l'attività predominante e vitale degli abitanti del nostro paese, fin dalle sue origini, anche se la natura del terreno non permetteva grandi profitti.
A portare innovazione nel campo agricolo fu il Seicento con l'introduzione di nuove coltivazioni e con l'attività di allevamento. E l'allevamento dei bachi da seta: i bugatt, trovò le sue origini in quel tempo a noi così lontano e continuò fino agli anni antecedenti la seconda Guerra moErano le donne che si dedicavano, per circa quaranta giorni, a questa attività, poichè gli uomini si limitavano a raccogliere dagli alberi di gelso, i "muruni", le foglie utili per il nutrimento dei bachi.
I filugelli o bombyx - mori, appena nati venivano nutriti con foglie di gelso tagliate finemente: 6-7 pasti al giorno, per una settimana. Dopo circa una decina di giorni dalla nascita avveniva la prima delle quattro mute, durante la quale i bachi interrompevano l'alimentazione e dormivano, cambiando la pelle. Il tempo che intercorreva tra una muta e l'altra serviva per sostituire i graticci sporchi con altri puliti; gli eventuali bachi morti venivano tolti e seppelliti lontano da casa sia per il cattivo odore che emanavano, sia per evitare danni all'allevamento. Fra una muta e l'altra i bachi mangiavano con una tale voracità da non riuscire, quasi, a mantenere il ricambio delle foglie divorate con quelle fresche.

E non meno istruttive sono le cifre riguardanti la crescita del baco in lunghezza:
- alla nascita è lungo 3 mm
- al principio della 2a età è lungo 7 mm
- al principio della 3a età è lungo 17 mm
- al principio della 4a età è lungo 27 mm
- al principio della 5a età è lungo 45 mm
- a completa maturità è lungo 90 mm
Dunque esso cresce, nei 30 giorni di vita larvale, tanto da raggiungere 30 volte la lunghezza che aveva da neonato aumentando 8.000 volte il proprio peso.

Ecco ora le cifre riguardanti il consumo di foglia. Un'oncia di bachi di gr. 30 consuma:
- durante la 1a età foglia 3 kg
- durante la 2a età foglia 11 kg
- durante la 3a età foglia 50 kg
- durante la 4a età foglia 166 kg
- durante la 5a età foglia 770 kg
- totale 1.000 kg

Verso il quarantesimo giorno, compiuto la quarta muta i bachi rallentavano l'alimentazione e tendevano la testa: era il segno che cercavano di arrampicarsi sul "bosco" perchè pronti a produrre la seta. Le donne sceglievano quelli che man mano alzavano la testa, li deponevano sulle fascinette precedentemente preparate e i filugelli, lentamente, formavano il bozzolo di seta entro il quale si racchiudevano per compiere la loro metamorfosi. Dopo circa una settimana i bozzoli completamente formati venivano staccati dal bosco e selezionati: seta buona - ottima - mezza seta - discreta - faloppia - scarto.
Le prime due qualità venivano vendute alle filande; la qualità scadente era utilizzata dalle donne di casa che la filavano e la tessevano, ricavandone bellissime coperte.

"Recate a tutti i piu' lontani casolari, a tutti i camerati disseminati per i campi della nostra terra adorabile, il mio saluto e dite loro che se la mia tenace volontà sarà sorretta dalla loro collaborazione, l'agricoltura italiana andrà incontro ad un'epoca di grande splendore"
 
(Dal discorso di S.E. Benito Mussolini alla rappresentanza dei Sindacati degli agricoltori radunati in Roma, per il Convegno Nazionale il 30 Luglio 1925)

Il governo fascista emanò apposite leggi in cui si stabiliva il regime di ammasso obbligatorio dei bozzoli e si determinava per ciascun anno, con riferimento al valore della seta sul mercato mondiale, un prezzo minimo garantito. Ogni anno il prezzo veniva fissato con apposito decreto.
Nella campagna 1938 e 1939 fu di Lire 10 al kg per bozzoli di qualità media, cioè quelli che avevano una resa di 1 kg di seta per ogni lO kg di bozzoli freschi.
I tessuti di seta veramente erano conosciuti già nell'antichità nel mondo mediterraneo: arrivavano dal misterioso mondo orientale attraverso lunghe e pericolose "vie della seta" e avevano costi d'acquisto accessibili solo a pochissime persone estremamente ricche e potenti.
Si racconta che ai tempi dell'Imperatore bizantino Giustiniano (VI secolo) due monaci missionari riuscissero a portare in Europa le uova dei bachi nascoste nel bastone da viaggio fatto con una canna di bambù.
Lentamente l'allevamento dei bachi si diffuse nel bacino del Mediterraneo: i vestiti di seta non furono più indossati solo dai satrapi orientali ma furono sempre una manifestazione di ricchezza e anche oggi questi tessuti sono molto costosi e pregiati: però bisogna riconoscere che hanno qei pregi ineguagliabili.
Prima di parlare dell' allevamento dei bachi, parleremo di una pianta che condiziona la loro vita perchè fornisce loro il nutrimento, il gelso o "murun".
Il nome italiano "gelso" deriva dal latino "celsus" cioè alto, ma nei nostri paesi è sempre stato chiamato "ul murun": era una pianta tipica del nostro paesaggio 'agrario e gli agro nomi designavano la nostra zona come "zona del gelso".
Di gelsi c'erano due specie: "ul muron" a frutti color vinaccio scuro quasi nero, il "morus nigra" originario dalla Persia e coltivato nelle regioni mediterranee da tempi molto antichi, e "ul muron" a frutti color bianco paglierino, il "morus alba" originario dall'Estremo Oriente e arrivato in Europa pare nel secolo XII.
Di questa specie poi erano diffuse due varietà, una a foglie larghe color verde intenso detta "cedrona" e una a foglie più piccole color verde chiaro: la "giazeula"; la varietà cedrona era preferita per i bacolini appena nati perchè più precoce e tenera.
Il gelso, lasciato crescere in ambienti favorevoli diventa un albero alto se non altissimo e può raggiungere i 15 mt di altezza però da noi non ebbe mai questa possibilità anche perchè è un albero che ama il terreno ricco di sali di calcio di cui purtroppo è povero il nostro terreno.
I gelsi qui da noi ebbero un destino peggiore dei tigli perchè furono sempre capitozzati senza pietà cosicchè le chiome fossero facilmente accessibili alla raccolta delle foglie usate, dicemmo, come unico nutrimento dei bachi da seta.
Perchè la pianta non fosse troppo danneggiata e potesse sopravvivere per qualche decennio alle spogliazioni era sottoposta a un ciclo triennale di sfruttamento: il primo anno la chioma era formata da una sorta di ciuffo di rami giovani i quali venivano in primavera sfrondati in modo da dar loro la possibilità di riprendersi, irrobustirsi e ramificarsi entro l'autunno; il secondo anno era della massima resa e i rami venivano sfogliati mentre il terzo anno i rami ormai robusti venivano completamente tagliati, entro l'autunno si avevano i nuovi rami e il ciclo si ripeteva.
Questo era il massimo sfruttamento che poteva sopportare il gelso e che gli permetteva di vivere una trentina d'anni.
I gelsi erano piantati a filari (i firagn), di solito in senso nord-sud, la distanza tra i filari era di una decina di metri e la terra tra i filari (la piana) era coltivata a cereali, patate o prato. La densità era di circa una dozzina per pertica.
La grande diffusione del gelso, con l'intensificarsi della bachicoltura risale alla seconda metà dell'800: i gelsi erano già presenti nelle nostre campagne nel secolo XVIII ma in numero limitato per lo più lungo i confini dei coltivi.
I gelsi che sono riusciti a sfuggire alla falcidie di questo dopoguerra, in numero molto esiguo in vero, sono ora abbastanza rigogliosi e prosperano anche se vivono in terreno non completamente adatto.
L'allevamento dei bachi già come dicemmo molto limitato ebbe grande sviluppo nella seconda metà dell'800 e soprattutto nei primi decenni del 900 fu una delle principali risorse delle nostre campagne.
Grande impulso ebbe quando in principio del secolo l'affitto anzichè pagato in natura cominciò ad essere sostituito da una cifra in denaro.
I contadini comperavano le piccole uova dette semi, a once milanesi (unza) di 27 grammi equivaleva a circa 40.000 uova. Prima che entrassero in uso le incubatrici, i semi, contenuti in una scatola da scarpe, erano tenuti sotto le coperte, al tepore del letto, in una incubazione, una quarantina di giorni.
Naturalmente il letto non doveva essere rifatto per tutto quel periodo perchè le piccole uova non si raffreddassero.
Poichè a Cardano non c'erano incubatrici, nelle quali le ovine erano tenute per circa tre settimane alla temperatura di circa 15°, gli allevatori comperavano i bacolini nei paesi qui attorno.
Siccome i bachi erano soggetti e insidiati da gravi malattie infettive era buona usanza, prima di cominciare l'allevamento, "dog ai mur 'na man da caalcina" al locale destinato all'allevamento, "la ca di bugatt" e anche bruciarvi dello zolfo che sviluppava vapori fortemente disinfettanti."
I contadini di ritorno dall'acquisto dei bacolini piccolissimi e neri, dovevano come rito propiziatorio, fermarsi alla prima osteria che incontravano entrando in paese a berne un bicchiere: non sappiamo però se quel bicchiere fosse il solo...

Nella "ca' di bugatt" c'era il camino e nel camino era in attesa il ciocco di Natale: era un ceppo (sciocc) preparato apposta; il giorno di Natale, mentre suonavano le campane "du la mesa granda" il ceppo veniva messo fra le fiamme e bruciacchiato poi veniva levato e ancora fumante posato fuori accanto alla porta "du la cl di bugatt".
Altro rito propiziatorio era l'aspersione con acqua benedetta dei quattro angoli del locale.
I bacolini venivano posti su una speciale tavola: "la taula di bugatt" era un graticciato di canne. Le tavole venivano poi montate su sostegni laterali a formare degli scaffali detti i "camp".
Le tavole erano sovrapposte alla distanza di circa mezzo metro una dall'altra per cui un "camp" veniva formato da 5 o 6 tavole a seconda dell' altezza del locale. Sulle tavole veniva distesa una carta porosa color beige scuro e tutta bucherellata (la carta di bugatt) benedetta il giorno da "San Bios".
I bacolini famelici si mettevano subito a divorare le foglie di gelso e nei primi giorni venivano loro somministrate tagliuzzate fini col coltello, oppure sminuzzate con le mani perchè si diceva che questo secondo modo fosse migliore e più vantaggioso per i bachi.
Da quel giorno e per poco più di un mese, chè tanto durava la vita del baco allo stato larvale, tutta la famiglia era impegnata nell' allevamento: "quan gh' era su i bugatt gh' era no ul temp da tira sù ul co".
Gli uomini diventati quasi tutti operai tornavano "dul stabiliment" in tutta fretta e andavano nei campi "a fa la foia" e maggior premura si davano se il cielo minacciava la pioggia perchè le foglie dovevano essere asciutte e cosi' non fermentassero.

Il baco cresce molto rapidamente, circa ottomila volte e dicono che nessun altro animale abbia uno sviluppo simile, per cui i bachi dovevano essere, si può dire ogni giorno ridistribuiti su altre tavole "a bisugnèa slargai fora'".
Il lavoro domestico era affidato quasi tutto alle donne, le quali dovevano, oltre che somministrare "la foià', anche periodicamente ripulire le tavole dagli escrementi e dagli avanzi di foglie "ul niasc".

Riportiamo in proposito testimonianza di vecchi contadini cardanesi tutti scomparsi:
"Questo era il tempo delle bugie, molti dicevano di aver messo meno once di quante ne avessero comperate in realtà per poterne poi alla fine vantare i prodigiosi raccolti".
"Noi «meteum un'unza o un'unza e meza» ed era un lavoro da galera... quando li portavamo a casa erano una cosa da niente, su una cartina o su una garza sostenuta da un telaietto: i bachi si mettevano subito a mangiare «la föia di muron» tritata fine, crescevano molto in fretta e li diradavamo e li ponevamo su altre tavole: prima si riempiva un campo poi due e cosi via, si riempiva la «ca di bugatt» altri locali rustici e poi quelli d'abitazione; anche le camere".
"Intanto veniva l'estate e noi andavamo a far da mangiare sotto il portico per lasciare il posto ai bachi: ne avevamo anche in camera, ci dormivo assieme e mi cullava il sottile fruscio del loro incessante brucare".
"A noi sono sempre andati bene perchè prima di portare a casa i bachi bagnavamo i quattro angoli del locale con l'acqua santa".
Nel significato comune "anda ben" voleva dire fare un buon raccolto di bozzoli non infestati dalle malattie che ne facevano strage: qui da noi le più diffuse erano il calcino o male del segno e il giallume.
Il calcino era causato da una specie di muffa bianca che aggrediva il baco e gradatamente lo rinsecchiva; non tutti morivano ma i bozzoli erano scadenti e deprezzati.
"Capitava che i bachi svegliati dopo la quarta dormita, invece di andare al bosco, diventassero secchi e bianchi".
Il giallume invece infracidiva e disfaceva i bachi che morivano con grande fetore".
"Le donne curavano i bachi, noi uomini pensavamo alla raccolta della foglia, tornavamo dal lavoro e via senza un attimo di sosta, nelle campagne dove si allineavano i filari dei gelsi: l'anno in cui sfrondavamo i gelsi avevamo le mani tutte scorticate. C'era lavoro per tutti, anche per i bambini, anche per le donne prossime a diventare madri, magari fino al giorno del lieto evento. La gente diceva che le ragazze, in certi giorni, non dovessero toccare i bachi... ma quando si era verso la fine, i bachi mangiavano come dannati e chi pensava più a queste cose? Avesse visto con quanta agilità certe ragazze si arrampicavano «In su i camp...» . "

Se andava bene il raccolto, da «un onza» si ottenevano anche settanta chili di bozzoli ma era un raccolto eccezionale. Si prendeva dalla vendita qualche migliaio di lire ed a noi che di soldi ne vedevamo sempre pochini «i fasean ciar...» quasi tutti i contadini avevano in affitto la casa e un po' di terra, erano pigionanti (pesunant) e con «i bugatt» pagavano l'affitto.
I soldarelli avanzati, quando andava bene, a costo di grandi sacrifici venivano messi da parte e accumulati anno per anno: accadeva cosi che verso la fine della vita il contadino potesse costruirsi una casetta.
Si comprava magari qualche pertica di terra e i vecchi si illudevano che i discendenti avrebbero potuto trarci di che vivere meglio, qualche pagnotta in più... non supponevano che i lontani eredi li avrebbero venduti, i campicelli, per comperare l'automobile".

"Vede - diceva un amico, siamo sulla collina della Viscontina e del Moncone - tutte queste campagne, veramente lo erano un tempo, erano attraversate in senso nord-sud da lunghe file di gelsi: la zona dai piedi della collina fino al Cuoricino, era detta «la murunada».
Certamente, anche in casa nostra allevavamo i bachi, di solito mezza oncia. Ricordo che un anno ci diedero semi a buon peso ed il raccolto fu eccezionalmente abbondante: ben quarantatre chili di bozzoli belli e sani che ci furono pagati trentatrè lire al chilo... una vera fortunà'.

"Da ragazzino aiutavo una nostra vicina di casa, «la sciura Teresa» a portare in chiesa per la benedizione un pesante rotolo di carta «di bugatt»: come mancia la nostra vicina mì dava due pagnotelle di pane bianco appena sfornato dal forno del «santin» (in via al Parco).
Ai bambini che collaboravano alla crescita dei "bugatt", veniva riconosciuta al termine del "lavoro", la "bona man", si trattava di una mancetta che la "buona mano" del genitore riconosceva ai piccoli aiutanti.

I bachi soffrivano il freddo, qualche ondata tardiva, e l'afa dei temporali: quando il cielo diventava minaccioso la massaia accendeva sulla porta della "ca di bugatt" un ramoscello d'ulivo, di quello che danno in chiesa benedetto la domenica delle Palme e le bambine si inginocchiavano a pregare. Poi tutti entravano nel locale a tener compagnia ai bachi perchè non si spaventassero, e con il movimento dei passi e qualche corsetta infantile si produceva un po' di ventilazione nell' ambiente.

Verso la fine di giugno, i bachi ormai divenuti grossi come un dito salivano al bosco. Questo cosidetto bosco era formato da fascetti di erica, in precedenza accuratamente lavati e ben asciugati al sole; alcuni invece usavano fascetti di stoppie di fagioli, di quelli nani che si seminavano a cespuglio nelle campagne in mezzo al granoturco.
I fascetti si disponevano in piedi tra una tavola e l'altra.
Dopo che i bachi si erano svegliati dalla quarta dormita salivano al bosco, cioè si arrampicavano sulle scopette cominciavano a dimenare la testa (a mò di 8) mentre da due buchi posti sul labaro inferiore della bocca/filiera cominciava ad uscire la bava sericea: "la filatura" durava due o tre giorni fin tanto che il baco si fosse rinchiuso nel suo bozzolo dorato. Finalmente si poteva «cata i galett» (prendere i soldi).
Si smontava il bosco e tutte le mani valide staccavano i bozzoli dai ramoscelli e li accumulavano nei cesti: bisognava fare in fretta prima che i bachi sfarfallassero rovinando il bozzolo.


Verso gli anni trenta questa attività secolaredecadde per la concorrenza delle fibre sintetiche e della seta dell'Estremo Oriente. Così i nostri contadini, che di giorno erano operai, non ebbero più questo faticoso "dopo lavoro".
Sopravvissero per alcuni anni nelle campagne i gelsi, "i murun" caratteristici del nostro paesaggio, lunghe file di tronchi neri capitozzati ad altezza d'uomo che si perdevano negli orizzonti nebbiosi dell'inverno.
Ormai di gelsi ne sopravvivono pochi esemplari, memoria delle vecchie generazioni contadine e delle loro dimenticate fatiche.
Durante l'inverno le donne nei tempi più antichi filavano e tessevano quelle specie di nebucole sericee che avvolgevano i bozzoli e che chiamavano "striisa". Erano avanzi di scarto ma le donne facevano con questo sottoprodotto la coperta di "firisell" o filugello.
Oppure con le mani cardavano e ripulivano queste "struse" e ne imbottivano la "prepunta", ed era tutto quanto rimaneva delle loro fatiche.
Nei cortili, nel periodo del baco da seta, piccoli e adulti, erano mobilitati e si aiutavano reciprocamente per seguire l'evoluzione del baco da seta.
Oggi si fa grande uso di "sete artificiali", dai nomi esotici più o meno strani, ma la morbidezza e lo splendore della seta di "bugatt" è sempre insuperabile. Nel dopoguerra, per alcuni anni, ricordiamo la vendita, porta a porta, delle "clavatte" da parte dei cinesi. Ora, dalla Cina arriva di tutto e di più!

Il Seicento

In questo secolo un fatto sovrasta tutti gli altri: la "peste degli untori" che molte vittime fece anche a Cardano.
Da testimonianze dirette che troveremo in seguito avremo un quadro abbastanza preciso della drammatica situazione. E siccome le disgrazie non vengono mai sole oltre ai lanzi che hanno portato la peste, invasero il territorio anche le truppe francesi del maresciallo Carlo de Créquy.
Rubarono, saccheggiarono, incendiarono seminando il terrore. Monsignor Giovanni Battista Caimo, canonico ordinario della metropolitana, venne inviato sul posto per rendersi conto della situazione.
Ecco la parte che riguarda Cardano: "La Chiesa di Cardano è stata quasi del tutto spogliata perchè la suppellettile fu riposta per maggior sicurezza nel Monasterio dei Padri Capuccini dove fu rapita, cioè due pixide, tabernacolo, ostensorio, due calici e tre patene, cinque pianete di damasco con li pally...".
Prosegue poi cosi' la relazione: "quivi li soldati francesi hanno commisso peccati esecrandi avendo asportato le sacre pixide assieme col Santissimo Sacramento... havendo ammazzato in essa il padre del povero Curato et ferito un altro huomo, havendo violata per forza una giovane nobile che rapirono ancora e trattennero seco per quattro giorni...
Il Curato prete Jacomo Antonio Argenti è stato dannificato nei suoi mobili, notabilmente nella morte del padre ch'era restato a casa per guardare la Chiesa et casa parrocchiale, mentre il Curato per paura s'era ritirato...
Anche il Monasterio de padri Capuccini fu svaligiato da soldati che ferirono anco alcuni de Padri, abbrogiarno parte del Monasterio dopo d'haver rapito tutte le robbe che colà erano state riposte dai paesani vicini sperando che ivi dovessero essere guardate e salve...".
Infatti nel monastero non vi erano sole cose di Cardano, leggiamo sulla stessa relazione nella parte riguardante Arnate: "La maggiore e migliore parte della suppellettile della Chiesa parrocchiale di Arnate era stata riposta per sicurezza nel Monasterio de padri Capuccini di Cardano, ma essendo stato svaligiato il Monasterio da soldati Francesi è andata dispersa...". (Archivio Spirituale Diocesano di Milano, Sezione X VISite Pastorali, Pieve di Gallarate, Volume 68, quinterno 9.)
Questa è la cronaca della seconda metà del luglio 1636, confermata anche dal notaio Giulio Cesare Lomeno che aggiunge d'aver patito l'incendio di due case che la sua famiglia possedeva in Cardano.
Anche in campo internazionale il Seicento è un secolo nero, sconvolto dalle guerre, dalla carestia e dalla pestilenza.
In questo secòlo anche le grandi figure non hanno avuto vita facile: citiamo per tutti il Galilei che nel 1616 venne processato dall'inquisizione.
Le guerre che hanno lasciato il segno maggiore sono diverse, da quella della Francia contro i Savoia, al "sacro macello" in Valtellina, alla Guerra dei Trent'anni nel cui quadro va inserito quella per la successione di Mantova e del Monferrato.

E fu proprio a causa di quest'ultima che i Lanzichenecchi scesi in soccorso della Spagna e diretti all'assedio di Mantova portarono la peste "degli untori", che merita per i lutti che ha seminato di essere vista più da vicino.

1630 - La "Peste degli untori"

1126 dicembre 1627, alla morte del duca di Mantova Vincenzo n Gonzaga senza eredi diretti, si scatenò la guerra di secessione del ducato di Mantova e del Monferrato. I pretendenti erano due: il duca Carlo Gonzaga di Nevers sostenuto dalla Francia e Francesco Gonzaga sostenuto dalla Spagna e dall'Imperatore Ferdinando II.
Giuridicamente il ducato di Mantova era un feudo imperiale, mancando la discendenza diretta avrebbe dovuto passare all'imperatore. Per questo motivo Ferdinando ne intimò a Carlo di Nevers la consegna immediata delle terre e davanti all'ostinato rifiuto decise l'intervento armato.
Alla fine del maggio 1629 le truppe imperiali scesero al comando del conte di Merode ed ai primi di giugno giunsero a Chiavenna.
Il governatore del ducato di Milano Gonzalo Fernandez de Cordova che stava per passare le consegne al suo successore Ambrogio Spinola-Doria non volle concedere alle truppe il permesso di transitare sul territorio del ducato per recarsi a Mantova.
L'orda dei lanzichenecchi (30.000 e 6.000 cavalli) in attesa dell'autorizzazione si sparse per la Valchiavenna e vi rimase sino all'inizio del mese di settembre, quando dalla Germania già stava scendendo il conte Rambaldo di Collalto, comandante supremo.
Non è immaginabile cosa combinarono i lanzi nei tre mesi che si fermarono in questa valle, sconfinando spesso sulla sponda orientale del Lario: saccheggiarono, incendiarono, distrussero, rubarono tutto quanto trovavano sul loro cammino.
Ma quel che fu peggio, contagiarono la popolaziorle diffondendo il tremendo morbo della peste.
Forse don Gonzalo non voleVa dare il permesso di transitare proprio per questo motivo, per altri invece lo fece perchè fosse il suo successore a prendersi la responsabilità. Sta di fatto che il morbo si sparse in quella terra e Milano anzichè intervenire immediatamente per contenere il contagio si mosse con lentezza e quando ormai era troppo tardi.
La peste seguiva sempre a periodi di carestia e negli ultimi tre secoli le carestie erano state frequenti.
Quella portata dai lanzichenecchi è ricordata come la peste "degli untori" poichè era credenza diffusa che vi fossero persone interessate alla sua propagazione.
L'ignoranza dilagava anche fra coloro che si ritenevano dotti (si ricorda don Ferrante che sosteneva di non. essere appestato anche mentre stava morendo vittima del morbo).
La politica pensò di peggiorare la situazione: gli spagnoli avevano tutto l'interesse di far credere che il morbo fosse volutamente propagato dai francesi coi quali erano in guerra. Ed il modo di diffonderlo consisteva nell'ungere con uno strano olio infetto portoni, muri e merci.
Anzichè inviare medici e medicinali con prodotti alimentari le autorità procedevano a perquisizioni, arresti, tortUre e processi in una testarda "caccia all'untore".
Il Tribunale della Sanità milanese aveva fatto analizzare l'olio incriminato, ed avuta la prova che gli untori nulla avevano a che fare con la peste, anzichè smontare le tesi fanatiche circolanti tacque. Non osò cioè confutare ciò çhe la Spagna per ragioni politiche voleva far credere.
E diversi innocenti vennero giustiziati dopo orribili torture. Le vittime furono tante, non furono solo Guglielmo Piazza e Giangiacomo Mora immortalati dal Manzoni nella sua "Colonna Infame".
Il Tribunale della Sanità restò inerte, si mosse solo il 24 ottobre quando il morbo aveva cominciato a mietere vittime a Milano.
Infatti affidò al suo medico collegiato Alessandro Tadino ed all'auditore Giovanni Visconti l'incarito di fare una ricognizione nei luoghi maggiorente colpiti. I due partirono da Milano il 27 ottobre 1629 e fecero ritorno il 14 novembre riportando un macabro e sconsolante quadro della situazione.
Riferirono che nelle campagne avevano trovato carogne di cavalli e cadaveri umani insepolti, gruppi di fuggiaschi che sembravano dei selvatici.
Notizie di Cardano ci sono pervenute dal notaio gallaratese Giulio Cesare Lomeno che dopo aver scritto sulla peste a Gallarate aggiunge: "Fu anco la peste a Samarate e sarano morte da circa 80 persone, Arnate 40, a Cedrate 110, a Cardano lO, alla Cavaria 8, a Cajello 20 e fu pochi luoghi che abbia scapato, che detto morbo s'è fatto sentire...
Per tale morbo furono sospesi tutti li mercati, e a Gallarate si sono tenute serate due porte...".
Questa è cronaca del 1630, vediamo ora quella che lo stesso scrive sulla sua rubrica in data 20 settembre 1631.
"Notta che la peste che l'anno passato ne travagliò tanto, anco quest'anno non ha mancato di travagliare, essendo stata la peste in Gallarate, che vi sono morte circa 180 persone. Alla Cassina Verghera, che l'anno passato per gratia d'Iddio non travagliò detta terra, la presente s'è fatta sentire in modo tale che sono morti più della metà, e a Cardano sarano morti da circa cento persone...".
Achille Macchi in "Memorie storiche su Cardano al Campo" sull'argomento segnala che risulta sul Registro degli atti di morte della parrocchia di Cardano
(1601-1723) la "Nota di quelli che sono morti nel tempo della contagio ne l'anno 1631, incominciando a di 29 giugno sino al mese di ottobre". In questo periodo l'elenco citato porta i nomi di 75 persone, aggiunge il Macchi che le famiglie Pedrante, Baroni, Bosela appaiono completamente distrutte.
Dunque, se dal 29 giugno al 30 ottobre i morti sono stati 75 è anche possibile che nell'anno siano stati 100 come dice il Lomeno, l'unico modo di sciogliere il dubbio è quello di sfogliare il libro dei morti ed annotarne il numero esatto.
Pensiamo comunque che basti cosi, un quadro della triste situazione, triste e rabbiosa che ci presenta il dolore della povera gente, la fame, la carestia, il disinteresse delle autorità.
È una pagina già nota sulla quale non è male qualche volta ritornare per rendersi conto delle grandi difficoltà in cui si visse in quel tempo.

E. T. Villa: "Alloggi militari, carestia e peste nella Cronaca di due notai gallaratesi", in "Rassegna Gallaratese di storia ed arte", n. 33, 1974, pago 29-30.
Achille Macchi: "Memorie storiche su Cardano al Campo" in "Rassegna Gallaratese di storia ed arte", n. 69, 1959; n. 2, pago 36-64; n. 70, 1959; n. 3, pago 130-139.
Romolo Quazza: "Mantova attraverso i secoli", III Edizione, Bozzolo, 1974.
E. Mazzali - G. Spini: "Storia della Valtellina", Bissoni, Sondrio, 1969, vol. Il, pag. 145.
Autori diversi: "Storia di Milano", Fondazione Treccani degli Alfieri, vol. X, pago 502-504.

Le Truppe del Maresciallo Conte Carlo De Crequy

Durante la Guerra dei Trent'anni, precisamente nel 4° periodo (chiamato periodo francese, 1635-1648) gli spagnoli giunsero sin quasi a Parigi.
L'esercito francese riorganizzato dal Cardinale Armando du Plessis, Duca di Richelieu, riusci a capovolgere la situazione.
Mentre Enrico di Rohan giungeva sino a Lecco saccheggiando al suo passaggio borghi e villaggi, il Conte Maresciallo Carlo de Crequy varcava il Ticino invadendo poi tutto l'alto milanese ed il varesotto.
È nostro compito abbandonare l'andamento generale della storia della Guerra dei Trent'anni per vedere cosa accadde a Cardano.
Le notizie ci pervengono da un manoscritto del canonico bustese Giovanni Battista Lupi.
"... et per cagione di queste turbolenze, e terrore delli Francesi, molti villaggi circonvicini a Busto, come sarebbe Ferno, Cardano, Samarate, Verghera, Magnago, Bienate, et altri jùgivano a Busto con li carri carichj delle mobilie di casa, in compagnia di tutta la famiglia, et molti si fermorno... et chi non ha veduto infatto... non lo potrebbe credere. "
I francesi presero il po'rto di Oleggio ed il 16 giugno 1636 entrati in Lonate Pozzolo "spogliorno il Monasterio delle Monache di Santa Maria di quanto havevano, et poi sacchegiorno tutta la terra, che non vi lasciorno cosa alcuna, et la campagna la fecero pascolare tutta dai cavalli.
Fecero poi il ponte su il Ticino con le barche, e cosi correvano ogni giorno per li villaggi, assasinando li paesani, e doppo haverli rubbato quanto avevano, et dissipato, il vino che non potevano condurre nell'armata lo gettavano tutto per le cantine, et questo occorse nella terra di Castano, Buscate, Samarate, Bienate, Magnago, Vanzago, Santo Antonio, Lonate, Ferno, Cassina del Manzo, Arnate, Cassina Verghera, Cardano, Case Nove, Gallarate, Crena, Somma, ed in tutte le altre terre dove hanno saccheggiato hanno fatto l'istesso. Suggorno (asciugarono) poi il Naviglio per levare la munitione et il soccorso alla città. Nonostante ancora li disprezzi, e le ladrarie che avevano fatto et che ogni giorno facevano, diede- ro poi il fuoco ad una buona parte delle Terre già nominate, et massime a Gallarate".
Il 26 luglio 1636 fu una giornata particolarmente triste per Cardano: "Li 26 luglio andomo li Francesi per foraggio alla Villa di Cardano, doppo spogliata la casa del Curato, ammazwmo il Padre, et fatto lo stesso per tutta la Terra si voltorno al Monasterio de Cappuccini, et svaligiomo tutto quanto era stato portato nel Monasterio...". (Eugenio Cazzani: "Jerago e la sua storia", San Giuliano Milanese, 1977, pagine 250-252 che a sua volta, trovandosi il manoscritto nella Biblioteca Reale di Copenaghen cita: Pio Bondioli: "Storia di Busto Arsizio", Varese, 1954, volume II, pago 232.)
Questi avvenimenti ultimi li abbiamo già visti trattando del seicento, come si vede le testimonianze di Giovanni Battista Lupi e di Monsignor Giovanni Battista Caimo coincidono anche con quella del notaio Giulio Cesare Lomeno.

I boschi comunali


Si discute ancora sulla loro origine: c'è chi dice sia germanica e chi invece l'attribuisce ai romani; quello che è certo è che in tutte le zone rurali esistevano boschi o pascoli, oppure brughiere possedute dalle unità territoriali che le mettevano a disposizione di tutti gli abitanti.
Lungo i secoli sono stati chiamati con diversi nomi, ultimamente erano dètti "vicanali" o "comunali".
La proprietà fondiaria era diversa in "terrae divisae" o fondi di proprietà dei privati, e "comunantiae" o fondi comunali.
Le "comunantiae" derivano dai "vicinalia" o "conciliva". Questi beni comuni, "pascolum" od anche "pastura comunis", quando le amministrazioni non furono più in grado di far fronte ai debiti li diedero in affitto ai privati o vendettero loro i frutti. Successivamente furono alienati.
Ebbero una grande importanza nell'economia rurale poichè erano necessari per l'allevamento del bestiame, davano fieno e strame oltre a legna.
Furono causa di lunghe contese; quando le unità territoriali erano le grandi Comunità di Valle erano a disposizione di tutti i valligiani.
Poi quando le grandi Comunità si frazionarono in piccoli comuni furono divisi e nacquero grossi problemi.
Ognuno volle la sua autonomia sia religiosa (ogni piccolo villaggio volle la sua parrocchia) e civile (e ciascuno volle il suo territorio dal quale escludere gli altri) e vennero stabiliti dei confini fra le comunità.
Gli accordi di divisione furono dapprima verbali e successivamente sottoscritti dalle parti in documenti notarili.
Tutto ciò però non fece cessare le liti che sorgevano tra un paese ed il vicino. Assistiamo perciò alle controversie plurime tra paesi confinanti: ognuno rivendicava un diritto vero o presunto.
La causa vera di questi scontri era dovuta al fatto che i vari confini non rispettavano, od almeno non tenevano conto degli insediamenti umani. A complicare le cose nel 1839 una legge austriaca, con lo scopo di sollevare le finanze comunali dai numerosi debiti assunti prescrisse l'alienazione dei beni comunali in generale, e degli incolti in particolare, "la di cui proprietà è di nessuno e l'uso è di tutti".
La vendita avrebbe potuto farsi per contanti, oppure si poteva anche ricorrere all'enfiteusi; quello che secondo i legislatori era della massima importanza era il risanamento della finanza locale.
Ad usare questi terreni, non deve essere dimenticato, erano per la maggior parte coloro che non possedevano terreni propri, la parte più povera della popolazione.
I poveri pertanto vedevano in quella legge una proibizione a fare ciò che avevano fatto da secoli, una usurpazione delle uniche terre di cui potevano disporre senza sottostare a contratti agrari capestro imposto dai proprietari dei terreni.
Le masse rurali si opposero a questa legge e si ebbero tumwti in tutto il Lombardo- Veneto. Poi la legge fece il suo corso... ed i contadini privi di appoggio abbandonarono rivolte e tumulti.
E un'amara considerazione quella di vedere che il povero non conta o conta pochissimo: ci si occupa di lui solo quando comincia a dare fastidio.
In quella occasione di fastidio ne diede poco se la legge passò.
E chi pensa che Cardano non sia stato toccato da queste controversie poichè non aveva boschi comunali ma solo brughiere veda quanto è successo molto prima della famigerata legge del 1839: a Cardano si iniziò lo scontro tra "nwlatenenti" e "possessori" per le brughiere almeno con 75 anni di anticipo.
Vedremo più avanti "l'affare delle brughiere", un affare in cui a cedere è sempre la classe meno abbiente.

Anteprima del Settecento

Ricordiamo quest'anno, il quindicesimo anniversario della scomparsa della professoressa Maria Galdabini.
Insegnante e donna di grande cultura, appassionata studiosa di storia locale, sempre disponibile, innamorata del territorio, entusiasta della natura in tutti i suoi aspetti, della gente e della cultura popolare, ha lasciato un grande ricordo.
Poichè, nel prossimo Quaderno della Pro Loco (il quarto) tratteremo del settecento a Cardano, Vi anticipiamo uno scritto/ricerca effettuato trentacinque anni orsono alla profssa Galdabini che ci prepara a conoscere meglio la storia di Cardano.

Il Testamento di Carlo F. Aspesi
Nell'anno del Signore 1746 Carlo Francesco Aspesi dettava al Notaio Ambrogio Gattoni il suo ultimo testamento:
"... lo Carlo Francesco Aspesi figlio di Pietro Paolo, abitante nel luogo di Cardano, Pieve di Gallarate, Ducato di Milano sano per la grazia di Dio di vista, mente e intelletto, benchè ammalato di corpo, costituito però in buona memoria, non volendo morire ab intestato, ho determinato di fare come fatto e faccio il mio presente testamento".
Seguono disposizioni per i funerali e alcuni piccoli legati:
"... Lascio ad Angela Senaldi vedo Giuseppe mia ablatica il campo detto in Prava di pertiche 4 circa...
... Costituisco Clara Maria Quaglia mia presente moglie dilettissima in donna padrona usufruttuaria generale di tutta la mia ered~tà... con l'obbligo però alla detta mia moglie di tenere seco la detta Angela Anna Maria mia figlia vidua...".
Alle due figlie il testamento lasciava la pura e sola legittima.
Alla figlia Catterina (scritto così) maritata con Pietro Antonio Aspesi detto Foino assegnava "il campo di sette pertiche e mezza in territorio di Cardano dove si dice «al Dosso» sopra il quale si paga il livello del signor Cogitore di Cardano, tara quattro di misura segale e miglio ugualmente ogni anno, e i campo in territorio di Cardano detto «alla Brughiera» di pertiche quattro circà'.
Alla figlia Anna Maria vedova di Giuseppe Senaldi assegnava invece il campo detto «a Regano» di pertiche sei circa e un altro campo detto «alla Brughiera» di pertiche Quattro circa.
Per il resto istituiva erede universale la Scuola dei poveri del paese con l'obbligo di sovvenire i poveri infermi con le rendite annue della sostanza.
Vediamo dunque qual' era la sua consistenza e il suo valore:
"Stato attivo dei beni, case, denaro, mercanzie di casa, casa in Faietto, stimata come da documento L. 2.000.

  Pertiche Lire
Porzione di casa nella Chiappa   242
Campo in Prava in territorio di Arnate 4.10 400
Campo di Girola 3.15 450
Campo in Longaro 2.2 375
Campo in poco dist. 3.5 150
Campo alla Brugh. 4.5 200
Campo al Dosso 7.12 1.125
Campo in Regano 3.10 600



L'ammontare dei beni "asse non indifferente" era di una casa intera un pezzo di un' altra e poco meno di una trentina di pertiche di terra di cui circa nove toccavano alla Scuola dei poveri, e delle due case la più grande, quella in Faietto destinata all'abitazione della vedova fino alla sua morte.
Queste ed altre notizie che seguiranno le abbiamo tratte da un voluminoso fascicolo di vecchie carte conservate nell' Archivio Parrocchiale e le proponiamo al paziente lettore interessato alle vicende della comunità degli antenati come documenti di storia dei costumi: quanto siano cambiati in questi due secoli di progresso deciderà egli stesso alla fine.
Purtroppo non ci è stato conservato il soprannome di questo avo degli Aspesi, un agiato agricoltore possessore di tante campagne sparse nell'agro e non sappiamo come le avesse messe assieme, se ereditate o frutro del suo lavoro, o dei suoi buoni affari.
Si era sposato giovanissimo nel 1708, con Clara Quaglia ma il matrimonio non era stato molto fecondo.
Solo tre anni dopo infatti nacque la prima figliola Catterina, seguita poi da Anna Maria: non ebbe figli maschi e non siamo forse lontani dal vero se supponiamo che il nostro testatore fosse invelenito contro la sorte che l'aveva reso padre di due femmine, buone a quanto risulta, neppure a dargli una nutrita schiera di nipoti.
Questa, di essere donna, può essere la vera colpa o ragione per spiegare lo strano testamento nei riguardi delle figlie: le terre del padre e suocero sarebbero finite in cura dei generi, due estranei entrati in casa per amore della futura eredità.
Nell'anno stesso 1746, all'età di quarantanove anni, moriva la dilettissima moglie Clara e il vedovo marito assai presto consolatosi (vedete un po' quali erano i costumi di allora...) sposò in seconde nozze Maria Ferrazzi, una donna più giovane di lui di ben vent'anni con il diritto di successione testamentaria.
E qui le vecchie carte non dicono se al matrimonio, che dovette certamente far scalpore, la sposa fosse spinta dall'amore per l'uomo non più giovane, anzi per quei tempi addirittura vecchio, o dalla clausola del testamento che designava la moglie usufruttuaria di tutro il patrimonio.
Comunque Maria Ferrazzi ebbe buon gioco perchè poco dopo, nel 1748 il nostro testatore, all'età di quarantasette anni passava a miglior vita e il suo testamento diventava esecutivo.
La giovane vedova invece gli sopravvisse a lungo e morì nel 1783 all'età di sessantaquattro anni "decrepità'.
Come previsto, i beni dell' Aspesi andarono ad aggiungersi a quelli del legato Puricelli amministrati dalla Scuola dei poveri.
Questa istituzione, che non aveva nulla a che fare con le attuali scuole era un "ente" parrocchiale che aveva scopi caritativi: potremmo considerarla un'antenata dell'attuale E.C.A. con la differenza che i poveri allora erano poveri davvero e la condizione dei poveri ammalati veramente triste, chè non erano ancora stati inventati gli enti mutualistici cui attingere generosamente.
Per evitare poi che questi enti benefici facessero soprusi e si indebitassero oltre il ragionevole, il governo austriaco che aveva il pallino della buona amministrazione (vedete un po' che strane idee aveva quel governo...) aveva istituito una specie di ispettorato detto "Fondo di Religione, con l'incarico di censire e controllare il funzionamento di questi enti".
Evidentemente l'Austria non si fidava dell'onestà dei sudditi italiani e non sappiamo perchè gli storici non si siano mai soffermati su questa colpa.
Ma torniamo al nostro testamento.
Essendo il testamento in regola, le figlie dovettero stare zitte e umiliate di fronte ai mariti amaramente delusi e presero possesso delle campagne loro lasciate in eredità dal padre, mentre la Scuola dei poveri, che si era assunta anche il ruolo di esecutore testamentario, provvedeva ad assolvere i piccoli legati e a pagare i debiti del defunto: decideva di assegnare alla vedova una pensione annua di L. 20 che doveva essere discreta, il diritto all'abitazione di una parte della casa in Faietto, e se ne assumeva le eventuali spese di manutenzione (ci sono i conti).
Tutto sarebbe finito liscio cosi, se nel 1767 il Governo austriaco non avesse pubblicato la "Prammatica delle mani morte" qualcosa come una circolare ministeriale che in sintesi diceva essere buona cosa i lasciti purchè non si facessero con grave pregiudizio delle famiglie.
Di colpo si ravvivò il bruciore della scottatura non ben rimarginata e ormai trasmessa ai nipoti e pronipoti del vecchio testatore. "Da Catterinavense Giuseppe, da Anna Maria invece vense Angela maritata con Gio. Antonio Bellora dal quale vense Carlo Gio. supplicante in età ancor minore e costretto a stare fuori stato (a Oleggio) a servire per la sua miseria in qualità di famello...".
Questi discendenti come si vede, cominciarono a tempestare di richieste di sussidi la Scuola dei poveri, elencando miserie veramente degne di essere raccontate a una commissione delle tasse.
L'anno seguente il nipote Aspesi "Foino" ottenne L. 100 e il pronipote L. 20, ma il ramo che più diede filo da torcere fu l'altro, quello dei Bellora, i quali Bellora dovevano essere aizzati da un cugino Gregorio, un azzeccagarbugli nostrano che sapeva leggere e scrivere. E cosi i contendenti arrivarono alle vie legali e furono chiamati in causa il Tribunale e il Fondo di religione.
Siccome anche allora gli anni passavano veloci, si era arrivati ormai verso la fine del secolo, quando era Parroco don Giulio Caldara, e questo Parroco, che aveva la stoffa del diligente archivista, si fece premura di raccogliere tutte le carte utili alla causa, grandi e piccole che fossero ricevute e dichiarazioni (forse un po' troppo "pro domo sui') e noi su quelle carte abbiamo cercato di ricostruire le vicende della lite che si svolse senza esclusione di colpi.
Nel complesso abbiamo notato che mentre dalla parte della Scuola dei poveri si proponevano dati e conti molto specificati, da parte dei Bellora si lanciavano prevalentemente invettive specialmente contro il Parroco, invettive di chiaro stile anticlericale del tipo in uso anche al giorno d'oggi.
Per contro il Parroco rispondeva che sé i Bellora erano ridotti in miseria ed erano stati costretti a vendere le campagne ereditate, era perchè avevano scialacquato i loro beni nel gioco e nelle osterie, quindi tutta per loro colpa.
La interpellata Scuola dei poveri, cercò di respingere o almeno di moderare tali richieste con conti alla mano. Quando nel 1783 moriva la vedova Maria Ferrazzi gli eredi pretesero "l'acquisto dell'usufrutto cioè del pezzo di casa che godeva la vidui'.
Si dipsose che i contributi di L. 20 dati per ben trentacinque anni alla vedova avevano nel complesso superato ampiamente il valore della parte di casa concessa in abitazione e valutata circa L. 400.
Con questi e simili argomenti si andò avanti per alcuni anni, e poi si sa com'è oggi e come era allora: nelle liti nessuno ha tutte le ragioni e nessuno ha tutti i torti: noi rieniamo che fosse così anche allora, in quella lite che dovette appassionare la opinione pubblica dei nostri vecchi.
Finalmente nel 1792 la R.
Amministrazione del fondo di religione pose fine alla annosa causa con il decreto che gli eredi Bellora non avessero ormai più diritto alla parte di eredità loro sfuggita (e non proprio favolosa).
Così, come si dice, essendo stata tagliata la testa al toro, le ultime briciole di ossa di Carlo Francesco Aspesi poterono finalmente riposare in pace e, (siamo maligni...), forse nessuno pregò per la sua anima ma molti imprecarono alla sua memoria.
Ma il Governo austriaco che da tempo adocchiava i beni accumulati sotto la tutela del Fondo di Religione, pensava ormai di utilizzarli per finanziare l'istituzione delle scuole popolari perchè riteneva essere la istruzione la più grande opera di carità.
Ma forse era questione di vieto paternalismo.

 

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