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PostHeaderIcon I noni di nostar vecc

 

Ul me dialet

Il mio dialetto
A la ma por una roba un po’ strana
ma ogni tant mi,
che par ul me laurà
sum custret a parlà
sempar in italian,
ma troi a rasunà
tra mi e mi in dialet.
E a lè una roba bela,
ma senti cuntent da üsà
i parol, i fros, i sentiment
che par tanti an man fai intend
cun la me mama, ul me papà,
i me fradei,i me cuscritt, i me amis,
e una quai völta anca par pregà.
Ma por che i parol in dialet
ai disan di cuncet
che in italian ai podan no esprim
tut qual ca sa vör di.
Difati, quand ca parli cunt i me parent
e i me amis du la giuentù
ma vegn spuntanement
da usà ul dialet.
Ma por ca le pusè confidenziol
cal ma permet da parlà cun amur
da sentim pusè visen a lur.
E tanti volt ma veng da dì:
che pecò cal va a finì!.
MARA
Mi pare una cosa un po’ strana
ma ogni tanto io
che per il mio lavoro
sono costretto a parlare
sempre in italiano,
mi trovo a ragionare
tra me e me in dialetto.
Ed è una cosa bella,
mi sento contento di usare
le parole, le frasi, i sentimenti
che per tanti anni mi hanno fatto capire
con la mia mamma, il mio papà,
i miei fratelli, i miei coscritti, i miei amici,
e qualche volta anche per pregare.
Mi sembra che le parole in dialetto
dicano il concetto
che in italiano non si possa esprimere
tutto quello che si vuol dire.
Difatti, quando parlo con i miei parenti
ed i miei amici di giovinezza
mi viene spontaneamente
di usare il dialetto.
Mi pare che sia più confidenziale
che mi permette di parlare con amore
di sentirmi più vicino a loro,
e tante volte mi vien da dire:
che peccato che vada a finire!
MARA
Nustalgia di an pasò
Nostalgia degli anni passati
Mo ti se pu qual me Cardan
indua sum nasu un dì luntan;
ghe pu qui pra, ghe pu qui fiur
che mi ho catò in di dì migliur.
Ma ghe ca, vil e stabiliment
ca ghean no in qui dì cuntent.
Ghe pu la pos in di cuntrô
ma ghe un fracas urmoi in su i strô
ghe pu ul prufum di ciclamit,
ma ghe ul velen di to camit
ch’al crea una nebia in tuta la val
che al por da ves suta un scur scial.
Ghe pu urmai la campanoa
ca sa sintea in la valoa,
ma le quatoa d’un gran rumur
che in ciel sturnisan cunt i mutur.
Le forsi un segn da civiltà
ma a preferisi qui bei an là.
Gavevi alura la giuentù
che mo inveci urmai go pù.
MARA
Ora non sei più quella mia Cardano
dove son nato un giorno lontano;
non ci sono più quei prati, non ci sono più quei fiori
che io ho raccolto in giorni migliori.
Ma ci sono case, ville e stabilimenti
che non c’erano quei giorni contenti.
Non c’è più pace nelle contrade
ma c’è un fracasso ormai sulle strade
non c’è più il profumo dei ciclamini,
ma c’è il veleno dei tuoi camini
che crea una nebbia in tutta la valle
e sembra d’essere sotto un oscuro scialle.
Non v’è più ormai la scampanata
che si udiva in tutta la vallata,
ma è coperta da un gran rumore
che assorda in cielo coi motori.
È forse un segno di civiltà
ma preferisco quei begli anni là.
Avevo allora la gioventù
che ora, invece, ormai non ho più.
MARA


Tradizioni e usanze degli antichi "cardanesi" in epoca romana


Ricostruzione storica a cura di Massimo Palazzi
Tutti abbiamo avuto l'occasione (o, preferirei dire, la fortuna) di ascoltare dagli anziani alcuni racconti di come si viveva tanti anni fa. Talvolta ai nonni piaceva ricordare sporadici aneddoti riguardanti singoli e limitati episodi, altre volte venivano tratteggiati veri e propri spaccati di vita della metà del secolo scorso, o addirittura di fine Ottocento se la memoria del "sentito dire" riusciva a risalire più indietro nel tempo.
Questi racconti hanno sempre stimolato la mia fantasia a chiedersi quali fossero le usanze e le tradizioni dei nostri antenati nei secoli passati, quando Cardano al Campo non portava ancora questo nome e quando i "cardanesi" altro non erano se non gli abitanti di un villaggio celtico (della tribù degli Insubri, per esattezza) poi trasformatosi in un centro abitato romanizzato intorno all'inizio dell'era volgare.
I ricordi dei nostri nonni non riescono certo a risalire così indietro nel tempo ed è per questo motivo che dobbiamo ricorrere ad altre fonti, quali l'archeologia e lo studio delle testimonianze che emergono dal lontano passato.
Ho già avuto modo di evidenziare (1) come, grazie ai numerosi ritrovamenti archeologici che da oltre un secolo continuano a susseguirsi nel territorio cardanese, siamo ora in grado di completare il quadro storico del comune, delineando il periodo più antico della sua storia, del quale non si trova traccia nei documenti scritti e nelle tradizioni orali.
Tuttavia, dal momento che la storia dei rinvenimenti archeologici è già stata ampiamente descritta in precedenti pubblicazioni(2), risulta opportuno rielaborare i risultati di anni di scavi e ricerche al fine di ricostruire le usanze e il modo di vivere dei nostri antenati, per dare voce ai reperti portati alla luce e fare in modo che siano loro a raccontare la vita dei loro antichi proprietari.
Possiamo subito familiarizzare con questi nostri antenati considerandoli, appunto, i noni di nostar vecc.

"ERAT COLLIS LENITER AB INFIMO ACCLIVIS" (3):
UBICAZIONE E CONTESTO GEOGRAFICO

Per prima cosa è opportuno domandarsi che cosa fosse, nell'antichità, Cardano.
Non intendo riproporre le numerose ipotesi relative all'origine del nome, sul quale si sono già espressi numerosi studiosi di storia locale(4), ma segnalare che il toponimo Cardano evidenzia la chiara origine romana dell'abitato: infatti il suffisso -ano (caratteristico di molti paesi dell'Italia settentrionale), versione italianizzata di -anum, serviva ad individuare i possedimenti terrieri romani, più precisamente le unità prediali sottoposte all'opera di catastizzazione iniziata dai Romani nel momento in cui cominciarono la penetrazione in Gallia Cisalpina.
Al contrario i nomi terminanti in -ate testimoniano un'origine celtica, poiché anticamente tale suffisso era aggiunto al nome del proprietario di un appezzamento di terra e costituiva indice di un prediale celtico (così come -agum /-acum sulla sponda piemontese del Ticino)(5).

Possiamo pertanto ritenere che l'epoca romana abbia maggiormente caratterizzato le vicende del territorio oggi occupato dal nostro comune, ed in effetti questa considerazione è avvalorata dall'abbondanza di materiale risalente al periodo romano rivenuto nel corso degli scavi archeologici.
Tuttavia quasi certamente era presente anche in epoca precedente una comunità indigena che si è graduamente romanizzata grazie ai continui e numerosi contatti con la civiltà romana in fase di espansione(6).

Se infatti consideriamo la collocazione geografica di Cardano, possiamo subito rilevare che il centro storico si trova sulla prima collina delle Prealpi, al centro di un'altura che si affaccia in posizione dominante sulla pianura; non si può neppure sottovalutare la posizione idrografica, nelle vicinanze del fiume Ticino, che costituiva la più importante via fluvio-lacuale del territorio.
La prosperità del territorio è però dovuta soprattutto alla sua localizzazione lungo alcune delle importanti direttrici, che già in epoca protostorica costituivano le piste di collegamento dei principali centri fra loro e con le regioni d'Oltralpe.
La più importante di queste strade era la Mediolanum - Verbanus, che, nel suo itinerario da Milano ad Angera, attraversava anche il territorio di Cardano(7); questa direttrice consentiva la comunicazione tra il Nord e il Sud dell'Europa attraverso importanti valichi alpini quali ad es. il Sempione oppure, tramite il Lago Maggiore, il San Bernardino, il Greina, il Lucomagno e il San Gottardo.
Un tratto di questa via è venuto alla luce a Somma Lombardo negli anni '80 in un'area parallela alla Statale del Sempione.
Inoltre, secondo alcuni studiosi, Cardano era lambita da un'altra antichissima strada, facente parte del sistema viario Novaria - Comum, che partendo da Como, attraverso Castelseprio, Gallarate e l'altopiano di Malpensa, raggiungeva Novara dopo aver oltrepassato il Ticino in prossimità del Porto di Castelnovate (ragione per cui in Cardano è ricordata come la vecchia strada per Castelnovate).
Queste strade non solo favorivano un copioso passaggio di traffici commerciali, ma erano percorsi di spostamento degli eserciti, che furono il più importante strumento di romanizzazione delle regioni cisalpine. 

L'epoca protostorica

Gia in epoca protostorica, e cioè a partire dal XII secolo avanti Cristo, la zona dell'attuale Malpensa e del Basso Verbano erano frequentate da popolazioni di origine celtica che occupavano un territorio di rilevanza strategica nei rapporti commerciali fra Nord e Sud Europa.
Queste popolazioni vengono identificate come "Civiltà di Golasecca": si tratta di una civiltà protostorica iniziata nella prima età del ferro (X sec. a.C) e sviluppatasi fino agli inizi del IV sec. a.C, che deve il proprio nome alla località sita nel comune di Golasecca (in particolare il monte Galliasco e il Monsorino), dove venne portata alla luce nei primi decenni dell'Ottocento dall'abate Giovan Battista Giani, che la pubblicò nell'opera "La battaglia del Ticino fra Annibale e Scipione" (Milano 1824).

La testimonianza più antica di frequentazioni del territorio cardanense risale proprio al periodo golasecchiano e precisamente al periodo definito come Golasecca I B (fine VIII secolo - VII secolo a.C.) ed è costituita da una piccola urna cineraria di forma biconica dell'altezza di 19 cm e con diametro massimo di 21 cm. Mario Bertolone, che per primo ne diede notizia nel 19319, la colloca tra i "vasi sicuramente preromani", ma non precisa il luogo del rinvenimento.

Possiamo tuttavia ipotizzare che quest'urna, donata nel 1899 dall'ex sindaco di Cardano signor Luigi Zocchi alla Società Gallaratese per gli Studi Patri, sia stata rinvenuta fortuitamente nella località detta "la prava", che possiamo individuare con maggior precisione nella zona prossima all'incrocio fra via "della Pravetta" e via "San Rocco".
Il toponimo del luogo è probabilmente sorto in origine per indicare i terreni che si estendevano ai piedi della collina verso l'Arno, che, essendo umidi ed argillosi, venivano detti "terre forti", adatti alle praterie: erano lottizzati, recintati da siepi e chiamati in latino prata da cui deriva la forma dialettale "la prava", ancor oggi in uso su entrambe le rive del torrente (10).

Purtroppo non disponiamo di dati precisi che ci permettano di valutare scientificamente la scoperta, ma possiamo evidenziare che, se fossero confermati il carattere isolato della sepoltura e la sua localizzazione, ciò rappresenterebbe una singolarità rispetto alle usanze funerarie golasecchiane.
Era infatti una caratteristica di questa cultura la presenza di necropoli abbastanza estese ed organizzate, in cui talvolta le sepolture erano delimitate da veri e propri recinti sepolcrali.
Non si può escludere che anche a Cardano fosse rispettata questa usanza, ma gli sconvolgimenti subiti dal terreno nel corso dei secoli possono aver portato alla completa dispersione delle altre sepolture.
In base a queste constatazioni, desunte da argomentazioni di carattere analogico, alcuni studiosi non escludono l'esistenza di un piccolo ed isolato villaggio oppure il passaggio di una piccola comunità in epoca protostorica intorno all'VIII - VII sec. a.C. (11).
L'ipotesi del passaggio di una piccola comunità, costretta ad effettuare una sepoltura occasionale, potrebbe essere avvalorata dalle caratteristiche della tomba cardanese: si tratterebbe, infatti, di una sepoltura in nuda terra semplice (12) e priva di corredo funebre (che generalmente era ben più ricco ricomprendendo una ciotola-coperchio in posizione capovolta a chiudere l'imboccatura dell'urna, un bicchiere, sempre presente al punto da costituire il fossile guida per la datazione delle sepolture, e talvolta delle fibule, cioè fermagli per vestiti simili alle nostre spille).

L'Età della Romanizzazione

La civiltà golasecchiana si esaurì fra il V e il IV secolo a.C., definitivamente assorbita da altre popolazioni celtiche di proveneinza transalpina che, tra il VI e il V secolo a. C., iniziarono a penetrare nei nostri territori e a confondersi con le popolazioni indigene (13).
Alcuni comuni vicini a Cardano ed in particolare il territorio di Arsago Seprio, conservano cospicue testimonianze dell'esistenza di insediamenti gallici, con le loro peculiari caratteristiche e la presenza di vaste necropoli databili fra il IV e in II secolo a.C..
Sicuramente anche la nostra zona è stata interessata dal fenomeno, che ha avuto come protagonisti i Celti Insubri (da cui il nome Insubria del territorio dell'attuale Lombardia nord-occidentale), ma a Cardano non sono stati effettuati ritrovamenti specificamente attribuibili alla presenza celtica.
Tuttavia alcune testimoniaze non possono essere trascurate.
Secondo Alessandro Dejana (14) nel 1954 in località "Convento" furono trovati frammenti di ceramica gallica attribuiti dallo stesso studioso al I sec. a.C.: sarebbe l'unica scoperta di questo tipo in Cardano anche se la datazione lascerebbe pensare a materiale dell'età della romanizzazione, piuttosto che gallico vero e proprio (IV-II sec. a.C); inoltre, secondo alcune testimonianze orali, in tale occasione venne alla luce anche un vaso cosiddetto "a trottola", che costituisce una tipologia caratteristica di età gallica, ma di cui oggi si sono perse le tracce.
In ogni caso, sebbene l'esistenza di una comunità celtica non sia stata ancora documentata con certezza in base ai ritrovamenti, è innegabile che numerose scoperte attestano la presenza in territorio cardanese di popolazioni di origine gallica interessate dal fenomeno della romanizzazione.
Dobbiamo però chiarire che cosa significhi "romanizzazione".
In estrema sintesi con il termine romanizzazione (15) si intende la progressiva evoluzione ed il mutamento dei costumi delle popolazioni indigene dovuta all'influsso della civiltà romana con cui, a partire dal II secolo a.C, vennero in contatto sempre più stretto.
Sotto il profilo pratico questo si manifestò ad esempio nella modificazione di usanze e nella coesistenza di diverse tradizioni, oltre alla trasformazione di determinate tipologie e forme degli oggetti in ceramica, che furono sostituiti da manufatti con caratteristiche romane e celtiche insieme, mostrando il passaggio fra le due culture.
Un chiaro esempio è costituito dall'evoluzione subita dal vaso a trottola che, attraverso la comparsa del manico e l'arrotondarsi dello spigolo sulla spalla, portò alla forma tipica dell'olpe in uso in età romana.
In effetti a Cardano sono state rinvenute moltissime sepolture riconducibili all'epoca della romanizzazione (I sec. a.C. - I. sec. d.C.) nelle quali sono presenti sia oggetti di tradizione romana, sia oggetti di tradizione celtica.
Perché facciamo riferimento a vari tipi di oggetti rinvenuti nelle sepolture?
A questo punto è bene chiarire che gli antichi, a differenza delle nostre usanze funebri, erano soliti deporre nelle tombe non solo le ceneri del defunto, ma anche alcuni oggetti di uso quotidiano, che costituivano il cosiddetto corredo della sepoltura.
Si trattava, generalmente, di vasellame da mensa, come piattini, olpi (contenitori per bevande, in genere vino), bicchieri, vasetti, ciotole, oppure di oggetti di più raffinata fattura, come balsamari in vetro (detti anche lacrimatoi), oltre a monete che rivestivano una precisa funzione rituale, come vederemo meglio in seguito.
I ritrovamenti archeologici effettuati a Cardano nel corso degli anni offrono numerosi e significativi esempi di questo fenomeno di coesistenza di oggetti di tradizione romana e di tradizione celtica nella medesima sepoltura.
Nel 1953 durante "scavi effettuati a Sud-Ovest del cimitero di Cardano", vennero alla luce una ventina di "tombe manomesse di chiara provenienza romana"; la località in questione può essere identificata come "Il Dosso", dove già sul finire del secolo scorso era stato rinvenuto del materiale, in origine conservato nella raccolta di Ercole Ferrario a Samarate, ma oggi disperso.
In occasione di questo scavo Giovanni Morosi recuperò dei reperti ceramici intatti di particolare interesse per ricostruire questa fase della storia del paese.
Si tratta infatti di un'olpe a corpo globulare di età romana, affiancata da una piccola olla di tradizione chiaramente celtica con decorazione a bugnette ed infine di due balsamari in terracotta, presenti in molte tombe dell'età della romanizzazione (come ad esempio quelle rinvenute ad Arsago Seprio) (16).
Le scoperte effettuate in località Dosso nel 1953 attestano la presenza di una area sepolcrale risalente alla età della romanizzazione (I sec. a.C-I sec. d.C).
Questa necropoli presenta fortissime analogie con le aree sepolcrali scoperte successivamente ed attribuibili alla medesima epoca, per cui possiamo ritenere che venisse utilizzata, simultaneamente alle altre presenti sul territorio, dagli abitanti di un insediamento rurale (vicus) abbastanza esteso di epoca romana situato con buona probabilità nella zona dell'attuale centro storico di Cardano.
Ancor più significative sono le scoperte effettuate nel 1990 e nel 2001-2002 in occasione di lavori infrastrutturali ed edili nella estesa necropoli di via Carreggia.
All'inizio degli anni '90 nella zona allora costituita da un ampio pianoro adibito alla coltivazione di kiwi dell'estensione di circa un ettaro il proprietario Leonardo Colombo riscontrò, alla profondità di 50 cm, le lastre di copertura in cotto di una tomba intatta a cassa di laterizi triangolare, costituita dall'accostamento di tre grossi embrici per formare un triangolo con un tegolone di copertura (che risultava spezzato in due elementi accostati e debordanti rispetto alla cassetta).
Il rinvenimento di questa sepoltura rappresenta un evento di rilievo per l'integrità e lo stato di conservazione in cui è stata recuperata, ma soprattutto per il corredo funerario in essa contenuto, che attesta chiaramente la fase di passaggio fra cultura celtica e cultura romana: era infatti costituito da una patera (piatto) a vernice nera con basso piede ben modellato dal tornio a ruota, recante un bollo d'impilamento e una decorazione a doppia fila di cerchi concentrici, un'olpe carenata in ceramica rosata provvista di ansa verticale impostata dal collo alla spalla ad angolo acuto, un bicchiere "a tulipano", una ciotola o coppa-coperchio con presa a disco ed infine la parte superiore di un'olla.
L'importanza di questo materiale deriva dal fatto che sono quasi tutti oggetti di tradizione celtica, più precisamente rappresentano una produzione tipica della cosiddetta età della romanizzazione, che nella sua ultima fase abbracciava un periodo oscillante fra il I sec. a.C. e la metà del I sec. d.C. (12).
La tipologia ceramica indicherebbe una tomba di età augustea (27 a.C-14 d.C), infatti l'olpe presenta una forma a corpo carenato riconosciuta tra quelle più antiche come evoluzione del vaso a trottola celtico e caratteristica dell'età della romanizzazione.
Il bicchiere "a tulipano" o "bicchiere porta-uovo" era una forma tipica della ceramica comune di tradizione celtica, a causa di alcune sue caratteristiche (corpo globulare, alto labbro troncoconico e fondo piano) viene detto "a strozzatura mediana"; era ampiamente diffuso nella Valle Padana, ed è stato rinvenuto anche ad Arsago Seprio in contesti ascrivibili ai primi decenni del I sec. d.C. e nel legnanese in necropoli di età augustea o, comunque, in deposizioni dell'età di Augusto e Tiberio (27 a.C-37 d.C.); talvolta per la tecnica di esecuzione si avvicinava alla rustica ceramica comune, altre volte era più curato e raffinato.
Infine la patera a vernice nera, che già dal III-II sec. a.C. cominciava ad essere presente nei contesti funerari delle tombe celtiche, era indice del diffondersi in quasi tutte le deposizioni di questa età di vasellame fittile da mensa romano caratteristico della tarda età repubblicana; tuttavia questa ceramica a vernice nera, come quella presente nei corredi della prima età imperiale, era esclusivamente di produzione locale, mentre rimanevano del tutto assenti, soprattutto nelle campagne, i raffinati e preziosi prodotti provenienti dall'Etruria settentrionale (Arezzo, Volterra).
Nella seconda fase della romanizzazione spesso la vernice nera era presente insieme alla ceramica comune di tradizione indigena, come appunto la ciotola di questa deposizione.
Lo scavo del 1990 nella necropoli di via Carreggia (che ha portato alla luce ventisei sepolture) è stato completato dai rinvenimenti effettuati nel 2001-2002, con trentatrè tombe individuate e recuperate.
Gli scavi del 2001-2002 hanno confermato la tesi, già avanzata dallo scrivente, di un utilizzo dell'area sepolcrale secondo una progressione cronologica con graduale aumento della collocazione temporale che pone nel settore occidentale le tombe più antiche e in quello orientale le sepolture più recenti (II sec. d.C. ).
Tra i materiali rinvenuti di particolare importanza in questo settore occidentale della necropoli si segnalano 5 patere acrome ad imitazione della ceramica campana, una olletta con decorazione a bugnette, un'olla decorata "a zig-zag" e una olletta a corpo globoso, di impasto grossolano, che presenta un'evidente decorazione a bugnette (si tratta di un prodotto destinato all'uso domestico, in particolare alla cottura di cibi su fuoco o all'arredo da mensa, probabilmente usato per il silicernium funebre). (tomba nr. 20 - scavo 1990).
Si segnalano inoltre un'olpe carenata e alcune ollette a pareti sottili decorate all'esterno "a cestino", cioè con diagonali intersecantesi che sembrano riprodurre un intreccio di vimini (tomba 26 -scavo 1990); un'urna cineraria a corpo ovoide con orlo ingrossato ed estroflesso decorato sulla spalla da un motivo ad onde ottenuto con l'impressione di un pettine sull'argilla ancora fresca (tomba 19 - scavo 1990).
Di particolare rilevanza risultano i reperti rinvenuti durante l'ultimo scavo diretto da Maria Adelaide Binaghi nel 2001-2002: è stato infatti evidenziato che "Le sepolture risultavano collocate su di una superficie di circa mq 3600, disposte a distanze abbastanza regolari tra loro con orientamento NNW-SSE, anche se non risultavano disposte in maniera omogenea sull'area. …
Tra i diversi corredi tombali spiccavano per ricchezza di oggetti alcune sepolture a cremazione diretta. Da una tomba a cremazione diretta sono stati recuperati, nella fossa sui resti del rogo dove erano stati deposti, gli oggetti pertinenti alle offerte secondarie.
Tra i vari oggetti del gruppo delle offerte secondarie, che non erano perciò venute a contatto con il fuoco, spiccavano due balsamari in vetro, l'uno color verde oliva e l'altro color viola rosato interi, un piatto ed un olpe, mentre tra i resti della pira erano i frammenti di ceramica degli oggetti arsi tra le fiamme con il defunto: tra questi erano riconoscibili un olpe, una ciotola, una coppetta a pareti sottili, biansata con decorazione bugnata di tradizione celtica.
Di particolare interesse erano i resti dei legni combusti della barella funebre parzialmente conservatasi, mentre tra i carboni sono stati rinvenuti cinque semi combusti che potrebbero riferirsi a ghiande …
Si è notato che nelle sepolture a cremazione diretta le offerte secondarie venivano sempre poste sul lato nord.
Da un'altra sepoltura con il rito della cremazione diretta sono stati rinvenuti tra gli oggetti del corredo i resti combusti di una piccola forma spugnosa e leggera riconosciuta come pane.
Alcune olle utilizzate con funzione di cinerario presentavano subito sotto l'orlo, dove era evidente la carenatura, una fascia decorata a pettine con motivo a onde di tradizione celtica ….
All'interno dei cinerari sopra le ossa combuste erano sempre deposte le offerte, oggetti come coppette ad impasto grigio a pareti sottili decorate a gocce con tecnica "à la barbotine", balsamari in vetro a forma di fiala o globulari; è stata trovata anche una coppetta in terra sigillata con decorazioni a volute e palmette applicate sul bordo, con bollo interno in cartiglio rettangolare, attualmente non decifrabile e scritta graffita sotto il piede ad anello "PRISCI".
…Quasi tutti i corredi delle tombe testimoniano la fusione di tradizioni celtiche con i costumi romani".
È opportuno precisare che nei corredi sepolcrali, oltre alla ceramica a vernice nera (ad imitazione della preziosa e costosa ceramica campana prodotta nell'omonima area centro-italica a partire dal IV sec. a.C. e fino al I sec.) sono stati rinvenuti anche altri oggetti prodotti nelle officine locali del nostro territorio, la Gallia Cisalpina, sorte con la progressiva adozione dei costumi romani da parte dei gruppi indigeni celtici.
Si tratta della ceramica definita, anche se impropriamente, "acroma", poiché rappresenta un altro tipo di ceramica a imitazione della vernice nera, ma priva del caratteristico rivestimento scuro di origine vegetale o minerale.
Questa ceramica, quasi del tutto assente nella bassa padana, era diffusissima nei contesti tombali dell'area di influenza insubre (una vasta zona che si estende fra il novarese ad ovest, il fiume Serio ad est, il Po a sud e la linea Varese- Como-Lecco a nord); le forme dei manufatti erano identiche a quelle dei pezzi verniciati ed è attestato che le stesse officine producevano materiale sia verniciato che acromo, una sorta di prima e seconda scelta.
Secondo alcuni studiosi (20) si tratta di una produzione di carattere "popolare" che rielaborava i modelli colti, inserendovi le proprie particolari caratteristiche ed imitando solo nelle forme il raffinato materiale centro-italico: questi prodotti acromi rappresentavano la risposta alla grande domanda di un mercato disposto ad accontentarsi anche di manufatti più economici e scadenti.
Nel nostro territorio, quindi, coesistevano in misura abbastanza equilibrata officine di ceramica a vernice nera e officine di ceramica acroma, che costituirono le basi per la fioritura della produzione padana di terra sigillata, che ebbe inizio nell'ultimo quarto di secolo del I a.C. e invase i contesti tombali del I sec. d.C.
È singolare il fatto che tali oggetti di tradizione celtica abbiano avuto maggior diffusione proprio nel periodo in cui questa cultura si era quasi completamente integrata con quella romana, per cui si potrebbe anche ipotizzare che la deposizione di questi manufatti avesse un preciso significato ideologico.
È infine da notare che in questa parte della necropoli, a differenza della parte orientale, non è stata ritrovata alcuna moneta: considerando che tutte le altre sepolture della stessa epoca in via Carreggia non contengono reperti numismatici, possiamo condividere la soluzione di Maria Teresa Grassi secondo cui questo fenomeno testimonia una certa resistenza alle usanze funerarie romane.
La deposizione di monete e lucerne cominciò ad essere diffusa in area insubre solo a partire dalla prima età imperiale mentre in precedenza era attestata eccezionalmente; se pensiamo che le campagne manifestano sempre una certa arretratezza (talora con uno scarto anche di parecchi decenni), è probabile che queste sepolture cardanesi rappresentassero gli epigoni di una tradizione celtica già quasi totalmente assorbita nel flusso della più articolata civiltà romana.

L'epoca romana imperiale

La necropoli di via Carreggia è stata utilizzata per oltre tre secoli e le tombe sono state posizionate a distanze regolari con orientamento NNW-SSE, probabilmente parallelo all'asse viario dell'antica strada romana (oggi seguita dal tracciato dell'attuale via Carreggia).
Il lungo periodo di utilizzo ha comportato la formazione di una necropoli molto estesa, attualmente ricompresa fra il civico nr. 103 e il civico nr. 87, dove nel 1955 sono stati rivenuti resti di cremazioni.
Di certo tutta la zona compresa fra il civico 87 e gli edifici adiacenti lo svincolo della S.S. 336 costituiva un'area sepolcrale che nel corso di un cinquantennio (tra il 1955 e il 2002) ha restituito centinaia di tombe e di corredi funerari.
Infatti la maggior parte delle testimonianze archeologiche provenienti dal territorio di Cardano si riferisce alla piena epoca romana e i ritrovamenti relativi a questo periodo vennero effettuati non solo nella necropoli di via Carreggia, ma anche in altri punti del territorio cardanese.
Infatti a partire dal primo decennio del nostro secolo e fino agli anni Trenta il cosiddetto "Fondo Girola", situato a sud dell'attuale centro storico (precisamente in una vasta area delimitata dalle vie XX Settembre a ovest, Lazzaretto a nord, Dosso ad est e Milano a sud, un luogo che in epoca romana era sicuramente a debita distanza dall'abitato, lungo la strada che unisce oggi Cardano a Ferno e che poteva costituire l'antico cardo romano) si rivelò particolarmente fecondo di ritrovamenti fra i quali si segnalano una tomba a cremazione (databile al I-II sec. d.C.), costituita da un cinerario di grossolana fattura (dimensioni h. 33 cm, diametro orlo 28 cm) coperto da un largo mattone detto "embrice" che chiudeva l'imboccatura dell'urna.
Anche nel 1956 in una località indicata come ex proprietà Piantanida (probabilmente all'incrocio di via Delle Roggette con via Padova, ancora una volta lungo un'antica via, cioè quella che forse costituiva il decumanus dell'abitato romano) furono trovate una ventina di "tombe romane alquanto manomesse" (21), per la maggior parte tombe a cremazione riconducibili cronologicamente ai primi secoli dell'Impero.
Le grandi scoperte archeologiche tuttavia, provengono sempre dalla zona di via Carreggia, dove nel 1959 nel corso della costruzione delle case popolari oggi al civico nr. 89 le ruspe portarono alla luce una parte della necropoli, devastandola.
Mi sembra opportuno riportare testualmente le parole di Pier Giuseppe Sironi, il quale, dopo aver constatato come l'ispettore onorario Claudio Sironi avesse potuto recarsi sul posto solo a scavo già ultimato, descrive lo scempio "La benna aveva... compiuto un vero disastro, stritolate e asportate senza scampo, delle indubbie numerose sepolture capitate fra le sue ganasce non restavano, lungo le cretose pareti dello scavo, che le tracce di quelle colte per sfioro: in totale una ventina" e se questa è stata l'azione di una macchina, "piccone e pala... non erano stati da meno" (22).
L'esame in loco dei ritrovamenti permise di rilevare una caratteristica assai importante, comune a molte altre sepolture rinvenute successivamente e facenti parte della stessa necropoli: si poteva infatti notare un tentativo di allineamento per file parallele all'asse della strada adiacente, aspetto che sembra confermare la tesi dell'antichità di tale via.
La posizione della necropoli peraltro risponde alla regola che voleva le aree funerarie situate all'esterno di quelle abitate e lungo le principali vie di comunicazione, più precisamente lungo le sponde dei fossati a lato delle strade extraurbane.
L'unica sepoltura rimasta intatta ha confermato la tipologia degli oggetti rinvenuti in semplici frammenti ed era costituita da un'urna dalle modeste dimensioni (h. 34 cm, diametro orlo 34 cm, diametro piede 13 cm) deposta in un pozzetto rivestito di ciottoli sulle pareti e non sul fondo, ricoperta da terra frammista a resti del rogo funebre.
Questa tipologia di sepoltura non solo sembrava essere stata utilizzata per la maggior parte delle sepolture andate distrutte, ma appariva analoga a quella riscontrata nel fondo Girola: l'assimilazione di queste deposizioni risultava poi confermata dalla tecnica di copertura dell'urna: un grosso tegolone (embrice) appoggiato sull'orlo a protezione delle ceneri in esso conservate.
Non sono stati ritrovati oggetti di corredo intatti, ma i numerosi frammenti di ciotole e vasetti di produzione locale (impasto grossolano con elementi degrassanti grana porosa, fondo sabbiato), nonché di utensili e chiodi, certamente sono indizio di tombe arricchire da offerte rituali, che del resto compaiono nelle deposizioni oggetto di scavo sistematico nei decenni successivi.
La più interessante serie di ritrovamenti, sia per ricchezza di materiali, sia per il primo utilizzo di metodologie scientifiche di scavo, è quella avvenuta nella proprietà. Galimberti-Tomasini tra il 1973 e il 1976.
Gli scavi diretti da Alessandro Dejana hanno portato alla scoperta di 61 sepolture e di un gran numero di rinvenimenti sporadici a conferma della estensione e intensa frequentazione della necropoli.
L'intervento rappresenta il primo scavo organizzato (e per ora anche quello di maggiore ampiezza) effettuato in territorio di Cardano ed ha evidenziato sepolture attribuibili ai sec. I e II dell'era volgare, espressione di una civiltà rurale tendenzialmente povera in cui solo qualche individuo poteva permettersi prodotti più raffinati, sempre però di produzione locale padana ad imitazione delle preziose ceramiche centro-italiche.
Il lavoro cui ogni membro della comunità si era dedicato in vita lo accompagnava anche nella morte sotto forma degli utensili da lui quotidianamente utilizzati.
Durante la prima campagna di scavo da novembre 1973 a gennaio 1974 vennero recuperati dalla terra asportata dagli escavatori numerosi frammenti di olpi, piatti, vasi, monete, cesoie, coltelli e rasoi, facenti parte del corredo di alcune sepolture (almeno quattro), che sfortunatamente erano andate distrutte. Il materiale fittile è costituito da due olpi, entrambe a corpo globulare della tipologia in uso fra I e II secolo d.C.
Rilevante poi il ritrovamento d'un fondo di patera (piatto usato dai Romani sia come vasellame da mensa, sia per le libagioni e per i sacrifici) in terra sigillata con tracce di vernice rossa, che reca al centro del fondo interno il marchio del ceramista in planta pedis (cioè all'interno di un cartiglio a forma di pianta di un piede) con impresse le lettere L.M.V. il tutto è contornato da una corona di zigrinature realizzate con l'impiego di una rotella; la sua datazione oscilla fra la fine del I e l'inizio del II sec. d.C.
Si tratta di una ceramica molto più raffinata di quella abbondantemente rinvenuta a Cardano, che testimonia una maggiore ricchezza di alcuni individui della comunità rispetto al povero contesto rurale.
Per quanto riguarda i reperti in metallo, si conservano un coltello in ferro lungo 19 cm a lama triangolare ed un rasoio dello stesso materiale di 12 cm sempre a lama triangolare con codolo terminante ad uncino, nonchè un paio di cesoie utilizzate per la tosatura delle pecore.
Come si vede sono tutti strumenti d'uso comune per individui dediti all'agricoltura e alla pastorizia. L'elemento che con maggior certezza conferma l'ipotesi di datazione è la presenza di monete nelle sepolture (pratica attestata a Cardano a partire dall'epoca imperiale): ne sono state ritrovate sei, quattro delle quali all'interno del cinerario insieme ai resti combusti del defunto.
Si segnalano in particolare una moneta in bronzo di Faustina, morta nel 142 d.C., un piccolo bronzo dove è possibile leggere la dicitura IMPNERVA CAES AUG PM TRP COS III PP in base alla quale si ricava che è stata coniata nel 97 d.C, infine una moneta in bronzo sotto la cui patina ossidata è stato possibile leggere il riferimento al quarto consolato dell'imperatore Traiano, che la colloca agli inizi del II secolo d.C. (101-102 d.C).
Viene così confermata anche da noi l'usanza tipicamente romana del cosiddetto "obolo di Caronte", quasi sempre osservata anche in contesti poveri come il nostro.
Al termine dello scavo erano state portate alla luce 61 sepolture di singolare interesse non solo perché tutte cronologicamente riferibili alla medesima epoca, cioè il I - II secolo d.C, ma anche per l'omogeneità dei corredi, composti prevalentemente da ceramica comune d'impasto grossolano in argilla porosa non depurata che indica manufatti d'uso comune e di scarsa qualità, cui erano associati numerosi strumenti da lavoro come coltelli, cesoie e rasoi per tosare le pecore: elementi sufficienti per delineare le condizioni di vita degli antichi cardanesi in epoca romana: un contesto sociale in cui era predominante un'economia di tipo agricolo-pastorale.

L'epoca romana tardoimperiale

Dobbiamo infine segnalare che la necropoli di via Carreggia ha restituito anche una singolare sepoltura che costituisce un unicum nel contesto della necropoli.
Si tratta di una tomba in cassa di laterizi a forma di parallelepipedo, costruita mediante l'impiego di grossi tegoloni (alcuni dei quali recavano impressi veri e propri marchi di fabbrica, cioè linee concentriche tracciate con le dita nell'argilla) al cui interno sono stati rinvenuti oggetti in metallo, quali un piccolo bracciale in bronzo ornato con solchi obliqui ad imitazione del filo ritorto e frammenti di un altro bracciale a superficie liscia.
Degni di nota sono poi una collana in pasta vitrea, composta da 215 elementi di vario colore, dal blu al giallo, dal verde al rosso (che farebbe pensare alla sepoltura di una donna), e soprattutto una moneta ben conservata dell'imperatore Licinio Primo (308-324 d.C), che ci permette una precisa datazione della tomba.
Siamo dunque di fronte ad una sepoltura tardoimperiale del IV sec. d.C, ma, nonostante l'epoca possa far pensare ad un ambiente già cristianizzato, alcuni elementi dimostrano che si tratta ancora di una sepoltura pagana: innanzitutto la presenza della moneta, che, considerato il punto esatto del suo ritrovamento, era probabilmente racchiusa nella mano sinistra del defunto e non più posta in bocca (tradizione questa riscontrata per la stessa epoca anche in Svizzera nelle necropoli di Stabio e Locarno).
In secondo luogo la sepoltura presentava orientamento nord-sud con il capo della defunta a sud, contrariamente all'uso cristiano di porre la salma rivolta ad est (come risulta anche per l'asse di moltissime chiese).
Per capire come mai un pagano avesse scelto la pratica dell'inumazione dobbiamo considerare che in questo periodo tale rito si era già esteso e aveva preso piede in tutti i livelli della società romana e forse, come osserva il Dejana, "alcuni pagani nella tarda età imperiale si fecero inumare indipendentemente dalla fede religiosa e dalla posizione sociale, per seguire un rito divenuto ormai prevalente".
Nonostante infatti l'Editto di tolleranza di Costantino del 313, fu solo negli ultimi anni del IV sec. d.C. che il cristianesimo penetrò nelle campagne costituendo delle comunità; fino ad allora si era diffuso solo nell'ambiente eclettico e movimentato delle città, senza intaccare il conservatorismo del mondo agricolo derivante dalla sua inevitabile arretratezza.
Benché non si tratti dell'unica sepoltura tardoimperiale di Cardano (se è vera la notizia delle tombe alla cappuccina lungo via Repubblica), resta comunque la singolarità dovuta alla presenza di questa tomba del IV sec. in un contesto completamente diverso, che, come abbiamo visto, oscilla tra il I sec. a.C. e il II sec. d.C..
Per completezza ricordiamo che la memoria dei locali tramanda il rinvenimento in questa zona di alcune lucerne, elementi tipici delle sepolture tardoimperiali, di cui però si sono perse le tracce.
Queste scoperte provano il perdurare in Cardano di un insediamento abitativo anche in età tardoimperiale.

Usanze e tradizioni degli antichi cardanesi

Dopo questa non breve ma indispensabile descrizione dei ritrovamenti archeologici in area cardanese, possiamo ora disporre degli strumenti necessari per ricostruire alcune significative usanze dei nostri antenati in epoca romana.

In primo luogo sulla base delle scoperte archeologiche si può fondatamente ritenere che in epoca romana fosse presente una comunità organizzata in un abitato principale (forse situato in corripondenza dell'attuale centro storico), sviluppatosi lungo due princiali vie di comunicazione (cardo e decumanus), probabilmente tracciate in occasione dell'opera di centuriazione del territorio.
La comunità utilizzava come necropoli alcune aree esterne all'abitato e posizionate a debita distanza lungo le due vie principali, come previsto dalle norme in materia di sepolture risalenti al più antico diritto romano (Legge delle XII Tavole24).

Tutti gli elementi raccolti, ed in particolare gli oggetti di tradizione celtica presenti nei corredi funerari, inducono a ritenere che anche a Cardano sia avvenuta una progressiva romanizzazione delle popolazioni preesistenti e stanziate sul territorio fin dall'epoca protostorica.
Gli antichi cardanesi erano una popolazione rurale dedita all'agricoltura e alla pastorizia in un contesto generalmente povero in cui solo pochi individui potevano permettersi alcuni pezzi di vasellame da mensa di pregiata fattura centroitalica, altri ricorrevano a ceramica di produzione locale ad imitazione della raffinata produzione italica, mentre la maggior parte della popolazione si serviva di prodotti di mediocre fattura.

I reperti venuti alla luce ci consentono di ricostruire il modo di vivere degli antichi "cardanesi" sia con riferimento alle attività svolte, sia in relazione alle abitudini in cucina e a tavola, sia con riguardo alle usanze funebri.

Attività lavorative e vita quotidiana

Per quanto concerne attività svolte, abbiamo già detto che le occupazioni principali erano le attività agricolo-pastorali.
Tali occupazioni sono testimoniate dalla presenza nei corredi funerari di cesoie per la tosatura delle pecore e di rasoi probabilmente usati nella raschiatura delle pelli.
A tali attività con buona probabilità partecipavano anche le donne, le quali, oltre alla consueta attività di tessitura e filatura (confermata dalla presenza di strumenti tipici dei corredi femminili, come le fusaiole impiegate per la filatura della lana e costituite da un piccolo disco in terracotta con un foro centrale dove veniva inserita l'estremità del fuso per garantire una rotazione regolare), provvedevano alla lavorazione delle pelli conciate e alla loro confezione, utilizzando cesoie e rasoi di dimensioni più ridotte.
La presenza di falcetti, roncole, coltellacci e coltelli attesta l'esistenza di attività silvo-pastorali e di allevamento, poiché i falcetti erano impiegati per disboscare, raccogliere legna da ardere o per costruire e potare alberi da frutto, mentre i coltellacci venivano utilizzati nella macellazione di bovini, ovini e suini, di cui la nostra zona, a detta degli antichi storici quali Polibio, era particolarmente ricca.

Usi e consuetudini alla mensa dei Romani

Gli abbondanti reperti di natura ceramica e le numerose tipologie di oggetti individuate, consentono una digressione relativa alle usanze alimentari degli antichi e in particolare all'utilizzo dei manufatti ceramici.> Per prima cosa è opportuno riassumere quali fossero le abitudini alimentari degli antichi romani e precisare che in un contesto agricolo-pastorale come quello cardanese era generalmente osservata una dieta frugale, a base di una specie di polenta, chiamata puls, preparata con farina di farro, orzo, miglio, o successivamente di frumento, cotta in acqua e sale; questa base povera veniva insaporita con l'aggiunta di fave, lenticchie o altri legumi.
Non è da escludere che nelle nostre zone fossero presenti altri cereali di importazione, come indurrebbe a pensare la presenza di numerose anfore di grandi dimensioni atte al trasporto anche su lunghe distanze di derrate alimentari.

Il pane costituiva, infatti, un alimento di primaria importanza, soprattutto fra i ceti meno agiati della popolazione26, così come le verdure (soprattutto cavolo, fave e rape, che consentivano una più facile conservazione) e i prodotti del bosco (funghi, erbe aromatiche, bulbi e tuberi).
La dieta veniva poi integrata con carni e prodotti dell'allevamento che ogni famiglia contadina riusciva a praticare, nonché con selvaggina, che abbondava nei nostri territori.
Il ritrovamento di oggetti per la mensa e per la cucina nei corredi funebri destinati ad accompagnare i defunti ci consente di comprendere quale fosse il loro utilizzo da parte degli antichi.

Numerose pubblicazioni hanno affrontato la problematica delle abitudini a tavola e in cucina dei romani, e fra tutte ritengo particolarmente significativa la sintesi di Luisa Albanese, che nel descrivere i servizi da cucina e da tavola di età romana esposti nella mostra intitolata "La mensa e la cucina nell'antica Alba" delinea una situazione riscontrabile anche nel contesto cardanese.

Ritengo pertanto opportuno descrive queste usanze con le parole della studiosa albese: "Le cucine delle case romane, generalmente collocate in ambienti stretti ed angusti e solo nel caso di ricche abitazioni in grandi stanze ad esse destinate, ospitavano un bancone in muratura rivestito da laterizi e coperto di brace, su cui erano sistemati i fornelli veri e propri a forma di treppiedi, il lavandino e talora uno o due forni.

La dispensa, invece, era quasi sempre vicina alla cucina, in un luogo possibilmente fresco.
All'interno delle cucine trovavano posto stoviglie per la preparazione, la cottura e la conservazione dei cibi molto simili alle moderne batterie di pentole e set di recipienti, oltre ad utensili vari, quali coltelli, cucchiai, mestoli, spiedi, grattugie, taglieri ed altri ancora.
Le pentole, che comprendevano un vasto assortimento di forme, ognuna adatta alla cottura o al contenimento di un cibo specifico, potevano essere realizzate in bronzo o in ceramica comune. In metallo erano solitamente scaldavivande, bracieri, ma anche pentole di varie forme dotate di coperchi o di catenelle per la sospensione, stampi e tegami per la cottura delle uova.

…I recipienti in ceramica comune, invece, erano realizzati a mano o al tornio, in argilla depurata o grezza, di solito privi di decorazione o ornati con motivi molto semplici. Essi, infatti, dovevano essere pratici e funzionali e pertanto non rispondevano a criteri estetici né erano soggetti alle mode, come il più raffinato vasellame da mensa.

Venivano solitamente prodotti vicino al luogo di consumo ed, evitate così le spese di trasporto, potevano essere venduti a basso costo. Si trattava in particolare di vasellame da fuoco, fabbricato in argilla piuttosto grezza, ricca di inclusi litici, che conferiva ai recipienti un basso coefficiente di dilatazione delle pareti e quindi una migliore resistenza al calore, ma anche di recipienti per la preparazione e la conservazione delle derrate alimentari.
Per la cottura si utilizzavano olle, pentole e tegami.

… L'olla è un contenitore capiente, di forma globulare o ovoidale con fondo piatto e stretta imboccatura, usato per cibi a lunga cottura, come le zuppe e le polente di cereali, oppure per bollire le carni.
…Con argilla solitamente più depurata venivano, invece, fabbricati i contenitori per conservare le derrate alimentari, come le olle e le olpi (lagoenae).
Le prime, contenitori di modesta capienza dotati di una stretta imboccatura e di un orlo estroflesso funzionale alla chiusura, sono paragonabili ai nostri barattoli; le seconde, invece, ricordano le moderne bottiglie ed erano utilizzate per conservare il vino mielato (mulsum), quello di mirto o l'idromele.

…. Le scorte alimentari, invece, erano contenute in grandi giare (dolia) che venivano interrate fino al bordo nei giardini-magazzino. I dolia erano in terracotta e venivano chiusi con un coperchio in ceramica o in legno"27.
Occorre evidenziare che sovente le olle di maggiori dimensioni venivano reimpiegate per contenere le ceneri del defunto e venivano pertanto impiegate come urne cinerarie.
Anche il vasellame da mensa si divideva in diverse tipologie: "I servizi da mensa di lusso, infatti, erano composti da recipienti d'oro, d'argento, di bronzo, ma anche di cristallo e di mirra, ornati con rilievi a sbalzo o con gemme.
I servizi in metallo comprendevano piatti e vassoi da portata per i cibi solidi, di diverse forme e misure (vasa escaria), ed un ricco assortimento di coppe e bicchieri per contenere e gustare il vino (vasa potoria).

Un discorso a parte merita la composizione della mensa vinaria, apparecchiata con vari recipienti per il consumo del vino che veniva diluito con acqua calda o fredda, o con altre sostanze: coppe per gli ospiti, un grande vaso per l'acqua, brocche, mestoli, vasetti per le sostanze utilizzate per addolcire o spezziare il vino.

Non tutte le mense, però, erano imbandite con suppellettili così sontuose e pregiate.
Per le classi meno ricche esistevano stoviglie in legno, ma soprattutto servizi in ceramica e in vetro, più economici, anche se di buona fattura, composti da vasa escaria e da vasa potoria.
I servizi da mensa comprendevano, infatti, larghi piatti da portata, scodelle e ciotole per i singoli commensali, vasi per bere, brocche e bottiglie; erano assenti le posate, fatta eccezione per i cucchiai utilizzati per mescolare e servire i cibi.

… Le stoviglie da tavola in ceramica comune, di produzione generalmente locale, erano realizzate con un'argilla solitamente molto depurata e avevano forme che imitavano gli esemplari in materiali più pregiati.
Tra i recipienti più diffusi nei contesti albesi troviamo le scodelle (catini) con vasca emisferica o carenata, i vasi per bere (poetila) con corpo globulare o inferiormente rastremato, le brocche per l'acqua (urcei) con l'orlo svasato per permettere la fuoriuscita del liquido ed, infine, le bottiglie monoansate per mescere il vino (olpi o lagoenae), usate anche per la conservazione delle bevande.

Più diffusi erano i servizi di "vasellame fine" che comprendeva le classi ceramiche più raffinate, prodotte con argilla depurata e solitamente dotate di un rivestimento di vario tipo, quali la ceramica a vernice nera, la terra sigillata e la ceramica a pareti sottili.
La ceramica a vernice nera … ha accompagnato la penetrazione romana nelle regioni transpadane interne, dove venne poi fabbricata anche in ambito locale. Il repertorio delle forme comprendeva coppe, piatti, ciotole e vasi per bere, talora decorati con motivi applicati a rilievo, sovraddipinti con vernice dopo la cottura, a rotella o incisi.

… A partire dalla fine del I secolo a.C. circa, la ceramica a vernice nera venne sostituita da un'altra produzione di pregio: la terra sigillata. Si tratta di un tipo di ceramica caratterizzata da un rivestimento di colore rosso brillante, così chiamata perché la maggior parte dei vasi presenta sulla superficie motivi decorativi a rilievo realizzati con degli stampi, detti appunto sigilla in latino.
I manufatti, modellati combinando insieme l'uso del tornio e di matrici, ebbero ampia diffusione in tutto l'impero romano, prodotti ancora fino al IV-V secolo d.C. da numerose officine collocate un pò ovunque nel Mediterraneo.

Le produzioni più antiche provengono da Arezzo … le botteghe aretine aprirono ben presto succursali nell''Italia settentrionale, mentre intorno alla metà del I secolo d.C, il vasellame italico venne quasi completamente sostituito nei territori transalpini dai prodotti provenienti dalla Gallia meridionale.
Il repertorio delle forme comprende piatti e coppe di varie dimensioni, lisce o decorate con motivi a rilievo ispirati al mondo vegetale, animale o mitologico. In età tardo-imperiale i prodotti gallici furono affiancati e poi soppiantati dal vasellame fabbricato in Africa settentrionale, nell'area compresa tra l'attuale Algeria e la Libia, immesso sul mercato in grandi quantità e diventato subito concorrenziale.

… Su taluni esemplari compare anche il marchio di fabbrica, collocato entro cartigli a forma di piede (planta pedis) nelle produzioni aretine e nord-italiche … mentre i bolli rettangolari delle officine galliche risultano di incerta lettura.
Molto diffuso tra la metà del I secolo a.C. e il II d.C. sulle mense romane era anche il vasellame a pareti sottili, così denominato perché costituito da recipienti con pareti dallo spessore di pochi millimetri.
Si tratta di coppe, bicchieri, boccalini e ollette, realizzati prevalentemente con un'argilla di colore grigio-scuro, molto depurata, caratteristica delle officine di ambito alpino, spesso decorati con motivi incisi a rotella e a pettine, oppure a rilievo, ottenuti con argilla diluita applicata sulle pareti (tecnica cosiddetta à la barbotine).

Affermatasi inizialmente come imitazione più economica del più raffinato vasellame in vetro e in metallo, questa produzione registrò un progressivo scadimento della qualità iniziale con l'ispessimento delle pareti, finché i recipienti non furono più distinguibili dalla ceramica comune"28.

Nei corredi funerari cardanesi non è stato rinvenuto vasellame da cucina o da mensa in vetro (spesso presente in altri contesti romanizzati della Transpadana) e ciò ad ulteriore conferma della povertà del nostro contesto rurale.
Sono tuttavia presenti nelle deposizioni cardanesi numerosi balsamari o lacrimatoi, che documentano la cosiddetta offerta di olea et odores.
I balsamari erano infatti piccoli contenitori per unguenti, balsami, olii, che venivano collocati accanto al defunto; quelli di Cardano sono in vetro a corpo globulare e collo allungato, oppure di tipo tubolare, ma ne esistono anche in vetro a corpo piriforme o allungato; erano di vario colore: azzurrognolo, verde-azzurro, ocra, blu, amaranto, viola e anche incolori, oppure in terracotta.
Particolarmente interessanti erano quelli detti "a colombina" a causa della loro forma: venivano soffiati e modellati in modo da ottenere la sagoma di uccello a becco lungo e stretto e coda lunga e il profumo contenuto all'interno si poteva gustare rompendo la coda e permettendone la fuoriuscita; questi balsamari rappresentano una produzione caratteristica, attestata esclusivamente lungo il corso del Ticino (sebbene non rinvenuta a Cardano).
Nei balsamari potevano essere raccolte anche le lacrime dei parenti che venivano poi deposte nell'urna in mezzo alle ceneri a testimonianza dell'affetto per il defunto e del dolore per la sua dipartita e per questo motivo vengono detti anche lacrimatoi.
Il rito, secondo un'antica usanza magnogreca, prevedeva addirittura che il corteo funebre fosse accompagnato dalle lamentazioni di donne (prefiche), talvolta appositamente prezzolate, le quali raccoglievano le lacrime in tali contenitori, che poi consegnavano ai parenti del defunto ricevendone il compenso in proporzione alla quantità di dolore manifestato.


Usanze funerarie

Il riferimento all'uso dei lacrimatoi introduce la discussione relativa alle singolari usanze funerarie dei romani.
Anche gli scavi del 2001-2002 hanno individuato tutte tombe a cremazione, alcune a cremazione diretta, altre a incinerazione indiretta.
Per capire meglio di che cosa si tratti è utile spiegare qual’era il rituale praticato dai Romani nei primi secoli dell'Impero. In tutta la nostra zona, come nella maggior parte della Pianura Padana, la forte eredità delle popolazioni più antiche, in particolare la tradizione celtica, ha fatto sì che almeno per i primi due secoli dell'epoca imperiale rimanesse assolutamente dominante il rito della cremazione (solo i bambini, eccezionalmente, potevano essere inumati in piccole anfore o fra due coppi): il corpo del defunto, dopo essere stato lavato e cosparso di unguenti, veniva vestito degli abiti che lo avrebbero accompagnato nel suo ultimo viaggio; talvolta era ornato con i propri gioielli, ma nel caso di poveri agricoltori o pastori, come gli antichi cardanesi, questi si riducevano a qualche fibula in bronzo o ferro e raramente modesti anelli (come evidenziato negli scavi 2001-2002).
Il corpo così composto veniva adagiato su di una barella o lettiga in legno e condotto al sepolcreto per la cremazione, che poteva avvenire in due modi.
La cremazione diretta avveniva quando il corpo del defunto veniva bruciato direttamente in una grande fossa di forma rettangolare, sul luogo preciso in cui poi venivano sepolte le ceneri; l'utilizzo di questa pratica sotto il profilo archeologico è segnalata dalla presenza intorno all'urna cineraria ed al corredo di un largo spazio con terra scura frammista a materiale combusto (carboni, ossa, frammenti di vasellame annerito).
La cremazione indiretta, consisteva nella combustione del defunto in un luogo diverso da quello della sepoltura, appositamente destinato al rito, che prendeva il nome latino di ustrinum.
Negli ultimi scavi del 2001-2002 sono state studiate trentatre cremazioni come evidenziato riassuntivamente da Maria Adelaide Binaghi: "La tipologia delle tombe, tutte a cremazione, si divideva tra incinerazioni indirette (17) in cui le ossa combuste venivano raccolte in olle o in anfore e cremazioni dirette (16) in fossa grande di forma rettangolare dove veniva adagiato il lettino funebre, oppure sempre a cremazione diretta dove la fossa di forma rettangolare, ma più stretta e con angoli arrotondati, serviva solo a raccogliere i resti del rogo che bruciava sollevato da terra.
In quest'ultimo caso il fondo della fossa presenta sempre ben distinte le impronte lasciate dai pali e paletti che dovevano sorreggere la base della pira funebre e sempre presenta uno strato di terreno che è stato posto sopra i resti del rogo con tracce di concotto dovute alle braci ancora calde, mentre le pareti della fossa dove la barella bruciava al suolo mostrano evidenti tracce di concotto" (29).
Insieme al corpo venivano posti sulla pira alcuni oggetti di corredo come vasi di vario genere, balsamari o lacrimatoi in vetro, utensili, monete e vasellame che veniva ritualmente spezzato (oppure risulta deformato e fuso dall'azione del fuoco).
A questo punto un parente od un amico dava fuoco alla pira tenendo il viso rivolto all'indietro secondo il rito. Solo alla fine della cerimonia, dopo aver spento le ultime braci con latte e vino, le ceneri venivano raccolte, i frammenti d'ossa di maggiori dimensioni spalmati con unguento e miele e il tutto deposto nel cinerario insieme ad alcuni oggetti del corredo, generalmente i più piccoli e preziosi, mentre il resto era collocato all'esterno e ricoperto di terra mescolata con gli avanzi del rogo.
Il fatto che spesso le ossa si trovino raggruppate in un piccolo spazio della tomba fa pensare che venissero raccolti in contenitori di legno, cuoio, tessuto o altro materiale deperibile.
Anche la presenza di ceramica comune e vasellame da mensa si pone nel solco della tradizione secondo cui nel giorno stesso della sepoltura veniva consumato il Silicernium, cioè il banchetto funebre accanto al sepolcro, cui partecipavano parenti ed amici e in questa occasione parte del vasellame veniva offerto al defunto e deposto nel sepolcro, talvolta intatto, talvolta dopo essere stato spezzato ritualmente per significarne la definitiva dedicazione.
Nelle sepolture è facile trovare anche ossa di animali consumati durante il banchetto (capre, pecore, volatili); particolarmente significativa è la presenza di resti di suino perché testimonia l'usanza del sacrificio funebre: come dice Maria Pia Rossignani "consegnando il morto al mondo sotterraneo, era necessario placare le divinità che presiedono a tale sfera, prima fra tutte Cerere, divinità ctonia per eccellenza.
L'animale sacrificato era dunque un porco, animale sacro a Cerere"30.
In tale contesto le olpi entrarono a far parte del corredo, testimoniando la grande importanza della libagione rituale di vino: il vino infatti, oltre ad essere consumato durante il rito funebre, veniva anche versato sulla sepoltura il nono giorno dopo la cremazione, al termine di una seconda riunione conviviale detta Cena novendìalis o Novendial, cioè cerimonia del nono giorno dopo i funerali.
Infine è da ricordare un'altra usanza tipicamente romana, attestata anche a Cardano, e cioè quella di porre nella bocca del defunto, sotto la lingua, il naulum detto anche "obolo di Caronte", la moneta con la quale il defunto pagava il mitico traghettatore per il passaggio al mondo dei morti attraverso il fiume Acheronte e la palude Stige.


Conclusioni


Nella speranza di aver tratteggiato, seppur sommariamente, alcune caratteristiche della vita degli antichi cardanesi, ritengo opportuno concludere la descrizione delle nostre terre con le parole degli antichi scrittori che ebbero modo di descrivere la regione Cisalpina.
Tutti gli antichi lodarono la prosperità della pianura padana sia sul piano agricolo ed economico sia sul piano culturale.
Non dobbiano scordare che intellettuali di altissima qualità, grandi scrittori e illustri poeti, quali Virgilio, Catullo, Livio, Plinio il Vecchio e Plinio il Giovane, Plauto, Cornelio Nepote, Cecilio Stazio, Tacito e altri provenivano proprio dalla Cisalpina.
Polibio31 esalta l'abbondanza delle coltivazioni, che determina un basso costo dei prodotti: "Non è facile neppure descrivere adeguatamente la fertilità del territorio.
Tanta è l'abbondanza in quei luoghi del grano, che ai nostri tempi un medimmo siciliano di frumento costa per lo più quattro oboli, uno d'orzo due oboli, un metrete di vino come la misura d'orzo.
Ricchissima è in quelle regioni la produzione di panico e di miglio.
L'abbondanza delle ghiande raccolte nei querceti allignati ad intervalli nella pianura è attestata soprattutto da quanto dirò: la grande quantità di suini macellati in Italia per i bisogni dell'alimentazione privata e degli eserciti si ricava tutta dalla pianura padana. I prodotti alimentari sono particolarmente copiosi e a buon mercato...".
Questa particolare situazione è stata certamente favorita dalla copiosa presenza d'acqua, che ha spinto Strabone e Plinio il Vecchio a paragonare la foce del Po addirittura a quella del Nilo: "A questi fiumi il Po si unisce e attraverso questi sfocia … come in Egitto il Nilo che è chiamato Delta, formando una figura triangolare fra le Alpi e il lido del mare, con un perimetro di duecento stadi".
Tacito, più sobriamente riferisce che il territorio è prospero per l'irrigazione consentita dai fiumi e la fertilità dei campi .
Elemento di estrema rilevanza era la produzione di ottimi vini, poiché "nell'Italia Cisalpina i vigneti sono in gran parte orientati in tal modo [cioè verso nord] e si è constatato che non ne esistono di migliori in fatto di produttività", e di ottime lane31, sicchè "nessuna lana bianca è superiore a quelle circumpadane" .
In definitiva agli occhi di molti importanti scrittori dell'epoca romana imperiale, tra cui il severo Tacito, la Cisalpina, cioè tutta la pianura e le città comprese fra il Po e le Alpi, rappresentava la regione più fiorente d'Italia (florentissimum Italiae latus)38.
Non v’è pertanto da stupirsi se un autore non cisalpino, quale era Cicerone39, riassume le caratteristiche della Cisalpina con queste parole: "Sarebbe d'altra parte impossibile non parlare del valore, della stabilità, dell'importanza della provincia di Gallia [Cisalpina]. Essa è il fiore d'Italia, essa il sostegno dell'impero romano, essa l'ornamento del suo prestigio".
Possiamo essere fieri del fatto che i noni di nostar vecc siano stati parte di questa storia.
Massimo Palazzi

Note

1 Si veda PALAZZI M., Antiche origini di Cardano al Campo attraverso le testimonianze archeologiche, in AA.VV., Cardano al Campo. Storia di una comunità laboriosa, Varese 2000, pp. 7-26.

2 Si vedano: AA. VV., I Romani nella Cisalpina. La Necropoli di Cardano, Milano 1990; BINAGHI M.A., Cardano al Campo. Via Carreggia, in Notiziario della Soprintendenza archeologica della Lombardia (NSAL), 1990, p. 37; BINAGHI M.A., La necropoli di Cardano, in Cardano al Campo, Numero Unico, X (1990), p. 24 ss; BINAGHI M.A., Cardano al Campo. Via Carreggia, in NSAL 2001-2002, p. 141 ss.; DEJANA A., Una tomba del IV secolo a Cardano al Campo, in Rassegna Gallaratese di Storia e Arte (RGSA), 122 (1976), p. 57 ss; DEJANA A., Archeologia a Cardano, in Bolletino Parrocchiale, 3 (1978) p. 15; DEJANA A., Una necropoli romana a Cardano al Campo, in Studi in onore di Ferrante Rittatore Vonwiller. Parte seconda, Como 1980, pp. 127 ss; MACCHI A., Memorie storiche su Cardano al Campo, in RGSA, 69 (1959), p. 56 ss; PALAZZI M., In radicibus Alpium. Testimonianze archeologiche da Cardano al Campo, Sesto Calende 1999; PALAZZI M., Antiche origini di Cardano al Campo, cit.; PALAZZI M., Nuovi ritrovamenti archeologici nella necropoli di Via Carreggia, in Cardano al Campo (Notiziario del Comune) anno 2001; SIRONI P.G., Su di un nuovo sepolcreto romano scoperto a Cardano al Campo, in RGSA, 50 (1959), p. 109 ss; SIRONI P.G., Dati di romanità nel Gallaratese; in RGSA, 110 (1970), p. 103 ss.

3 Trad.: "C'era un colle che si innalzava dolcemente dalla pianura" (Cesare, De Bello Gallico, VII, 19).

4 Per una sintesi riassuntiva si veda: "Viva Niol ! Viva Noi! Che abitiamo a cardano", in "I quaderni" della Pro Loco di Cardano al Campo, n. 2 dicembre 2004, p. 1-2; MOROSI E., Toponomastica di Cardano al Campo, in RGSA n. 1 anno 1955, pp. 35-38.

5 Cfr. OLIVIERI D., Dizionario di toponomastica lombarda, Milano 1961, p. 21.

6 Non possiamo dimenticare che quasi tutti i toponimi in -ate presenti in Italia si concentrano nelle provincie di Milano (27%), Varese (23%), Como (21%), seguite da Novara e Bergamo. Si veda: Foraboschi D., Lineamenti di storia della Cisalpina romana, Roma 1992, p. 101.

7 Cfr. BONORA MAZZOLI G., Viabilità nel territorio del Basso Verbano in AA.VV., Museo Civico di Sesto Calende. La raccolta archeologica e il territorio, Gallarate 2000, p. 136.

8 GALDABINI M., Le strade di Cardano, in Cardano al Campo, Numero Unico III (1983), pp. 4 ss.

9 Cfr. BERTOLONE M., Scoperte archeologiche nell'agro gallaratese, in RAC, 102 (1931), p. 23 ss.

10 GALDABINI M., Le strade, cit. p. 4 ss.

11 Cfr. BANZI E. - MARIANI E., Archeologia nel Parco del Ticino, Quart 1995, p. 65.

12 Nella sepoltura in nuda terra l'urna cineraria viene deposta in una buca scavata nel terreno senza alcun tipo di protezione intorno se non la terra medesima con cui sarà poi ricoperta: altri due tipi di sepoltura attestati in ambiente golasecchiano sono quella "in cista di ciottoli" (dal momento che intorno all'urna venivano deposti a protezione sassi di medie o grandi dimensioni che garantivano una maggiore protezione del corredo rispetto a qualsiasi tipo di sconvolgimento naturale o umano) e quella "in cassa litica" (ottenuta con la deposizione dell'urna fra lastre di pietra di dimensione variabile disposte in modo da costituire una vera e propria cassa che offre considerevole protezione).

13 Si veda V. KRUTA, Faciès celtiques de la Cisalpine aux IVe et IIIe siècle av. n.è., in Popoli e facies culturali celtiche a nord e a sud delle Alpi dal V al I secolo a.C. (atti colloquio internazionale. Milano 1980), Milano 1983, pp. 1-15; R. DE MARINIS, L'età gallica in Lombardia (IV-Isecolo a.C): risultati delle ultime ricerche e problemi aperti in Lombardia, Milano 1986, pp. 93-174; A. VIOLANTE, I Celti a sud delle Alpi, Cinisello Balsamo 1993, pp. 11-67; M.T. GRASSI, La Romanizzazione degli Insubri. Celti e Romani in transpadana attraverso la documentazione storica ed archeologica, Milano 1995, pp. 17-23.

14 Cfr. DEJANA A., Archeologia a Cardano, in Bollettino parrocchiale, 3 (1978), p. 16.

15 Fra i numerosi studi dedicati al fenomeno vorrei segnalare per la completezza e la ricca bibliografia LURASCHI G., Foedus, Ius Latii, Civitas. Aspetti costituzionali della romanizzazione in Transpadana, Padova 1979; LURASCHI G., La romanizzazione della Transpadana. Questioni di metodo, in Studi in onore di Ferrante Rittatore Vonwiller, Como 1980, pp. 207-217; LURASCHI G., Nuove riflessioni sugli aspetti giuridici della romanizzazione in Tranpadana, in Atti del 2° convegno archeologico regionale: la Lombardia fra protostoria e romanità, Como 1986, pp. 43-65. Si veda inoltre GRASSI M.T., La romanizzazione degli Insubri. Celti e Romani in Transpadana attraverso la documentazione storica ed archeologica, Milano 1995.

16 Cfr. BERTOLONE M., Scoperte archeologiche, cit. pp. 41 e 49; BINAGHI M.A., Classificazione tipologica dei corredi, in AA.VV., Arsago. Nullus in Insubria pagus vetustior, Varese 1990, pp. 45-51; MACCHI A., Memorie storiche su Cardano al Campo, in RGSA, 2 (1959), p. 59.

17 Si veda BINAGHI M.A., Cardano al Campo. Via Carreggia, in NSAL 2001-2002, p. 141 ss.

18 Avanzata da che scrive in: PALAZZI M., in radicibus Alpium, cit. p. 64.

19 Così BINAGHI M.A., Cardano al Campo. Via Carreggia, in NSAL 2001-2002, pp. 141-143.

20 GRASSI M.T., La Romanizzazione degli Insubri, cit. p. 40 ss.

21 MACCHI A., Memorie storiche su Cardano al Campo, cit. p. 59.

22 Così SIRONI P.G., Su di un nuovo sepolcreto romano scoperto a Cardano al Campo, cit. p. 110.

23 In merito alle ipotesi circa questa singolare circostanza si vedano PALAZZI M., In radicibus Alpium, cit. p. 40-41; PALAZZI M., Antiche origini di Cardano al Campo, cit. p. 23.

24 Divieto di seppellire o cremare cadaveri entro le mura della città (XII Tab. 10.1) o a meno di 60 piedi dal fondo del vicino senza il suo consenso (XII Tab. 10.9).

25 Cfr. BANZI E. - MARIANI E., Archeologia nel Parco del Ticino, cit. p. 34.

26 Cfr. PREACO M.C., A cena da Trimalcione. Le abitudini alimentari degli antichi Romani, in La Mensa e la cucina nell'antica Alba, Alba 2005 p. 12.

27 Così L. ALBANESE, Ad Mensam. Servizi da cucina e da tavola di età romana, in La Mensa e la cucina nell'antica Alba, Alba 2005 pp.15-15.

28 Così L. ALBANESE, Ad Mensam, cit. pp. 17-19. 29 Così BINAGHI M.A., Cardano al Campo. Via Carreggia, in NSAL 2001-2002, pp. 141.

30 Così ROSSIGNANI M.P., Il rituale funerario in età romana, in Aree funerarie: organizzazione e rituali in età romana e altomedievale, Milano 1996 p. 81.

31 Polibio, Storie, 2.15.

32 Strabone, Geografia, V.1.5.

33 Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, III.121. Per la descrizione delle numerose innondazioni causate da Eridano, il re dei fiumi, si vedano Virgilio, Georgicon libri quattuor, I.481; Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, III.119; Lucano, Pharsalia, VI.272-273.

34 Cfr. Foraboschi D., Lineamenti, cit. p. 18.

35 Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, XVII.20:…in Cisalpina Italia magna ex parte vineis ita positis compertum est nullas esse fertiliores.

36 Si vedano: Strabone, Geografia, V; Orazio, Carminum libri IV, III.16.35; Marziale, Epigrammaton libri, VI.11.7; Giovenale, Saturae, IX.30 e Tertulliano, De Pallio, III.6.

37 Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, VIII.190:… alba Circumpadanis nulla praefertur.

38 Tacito, Historiae, II.17.1: Florentissimum Italiae latus, quantum inter Padum Alpesquecamporum et urbium…

39 Cicerone, Oratio Philippica Tertia, 4.13: Nec vero de virtute, constantia, gravitate provinciae Galliae taceri potest. Est enim ille flos Italiae, illud firmamentum imperi populi Romani, illud ornamentum dignitatis.

Riferimenti delle immagini. Fig. 1-2: elaborazione da G.B. Giani, "La Battaglia del Ticino tra Annibale e Scipione", Milano 1824; fig. 3-4-5-7-8-12-13: elaborazione da E. Bianchetti: "I sepolcreti di Ornavasso" in Atti della società di archeologia e belle arti per la provincia di Torino, Vol. VI, Torino 1895; fig. 6: da A. Macchi: "Memorie storiche su Cardano al Campo" in Rassegna Gallaratese di Storia e Arte, nr. 69 (1959) p. 58; fig. 9: da Banzi-Mariani, “Archeologia nel Parco del Ticino” p. 36; fig. 10: archivio Massimo Palazzi; fig. 11: elaborazione da G. Quaglia, "Dei sepolcreti antichi scoperti in undici comuni del circondario di Varese", Varese 1881; fig. 14-15: elaborazione da "Arsago. Immagini e cenni storici" a cura di Luigia Vanoni su testi di Carlo Mastorigio, Gallarate 2001.

 

 

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