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PostHeaderIcon In Cusina coi atrezz dula nona

 I atrezz dula nona

 

Lista degli attrezzi usati in cucina della nonna.

Lista degli attrezzi usati nei campi dal contadino.

Lista degli attrezzi usati dal muratore.

Lista degli attrezzi usati dal vinaiolo nelle vigne.

 

La vendemmia

Un tempo Cardano era una vigna.
I milanesi verso la fine di Settembre venivano a far vendemmia e se ne tornavano con cesti di uva bianca moscata e uva nera bonarda.

Sul finire dell'800 a Cardano c'era tanta uva, dalla moscarella alla dolcissima nostrana alla barbera nerissima.
L'americana ed il clinton avevano fatto da poco la loro apparizione e servivano come uva da taglio.
Veniva prodotto vino per tutto l'anno ed anche ne vendevano al prezzo di 10-15 centesimi il litro.

Verso il 20 Settembre iniziava la vendemmia che durava qualche settimana.
Per i ragazzi era una grande festa perché venivano mobilitati dai contadini per raccogliere l'uva.
Come ricompensa per le loro prestazioni, ne potevano mangiarne a sazietà. Alla fine essi ottenevano "ul rosch" (tralcio carico di grappoli), il quale doveva rimanere appeso in cucina fino a Natale, giorno prescelto per la sua consumazione.
Spesso però accadeva che l'uva sparisse prima e che rimanessero solo le foglie secche.

Dopo la raccolta dell'uva avveniva la pigiatura.
Anche in questa operazione i ragazzi trovavano il modo di far festa. Entravano nella "brentà" a gambe nude e poco per volta i loro visi prendevano il colore del mosto.

La raccolta del "furmenton gerlai"

Altro momento particolarmente importante per la vita di un paese agricolo è quello della raccolta del granoturco. Se oggi la coltura di questo cereale, nella nostra zona è quasi una rarità, tanto che i ragazzi si chiedono da dove possa provenire la farina per la polenta.
In Primavera, quando il sole cominciava a riscaldarsi e le giornate si allungavano, nelle pianure ammorbidite dalle piogge recenti passava l'aratro.
Il cavallo procedeva coi muscoli tesi ed ogni tanto dava degli strattoni per vincere un ostacolo del terreno. Dietro il cavallo stava un uomo che, con i calzoni di fustagno rincalzati fino al ginocchio, manovrava con una mano le redini e con l'altra il vomere. Il "massimo" appuntito squarciava la terra ed apriva il solco.
Un altro uomo, con una "cavagna " di vimini sotto il braccio, seguiva a passi misurati.
Ad ogni passo, toglieva dalla "cavagna "' una manciata di concime e la lasciava cadere nel solco.
A breve distanza un ragazzino, con una "ramina " od un piccolo sacco, contava i grani e, in numero di tre per volta, li collocava accanto al concime. Non meno di tre, per evitare sbagli; non più di tre, per evitare uno spreco. Si facevano due solchi vuoti ed uno pieno:i due vuoti erano per la distanza laterale, mentre l'altro era per la crescita.
Il cavallo, gli uomini ed il ragazzino continuavano per l'intera giornata ad andare avanti e indietro, per le piane regolari, per trovarsi, la sera, al punto di partenza.
Dai gelsi e dai filari di viti si levava il noioso ed urtante cucù del cuculo.
Ogni tanto, il contadino alzava gli occhi a guardare l'immensa catena di montagne che circonda la pianura; stimava le nevi delle vette più alte e ne ricavava pronostici sull'andamento della stagione.
Quando il grano turco spuntava da terra, il frumento aveva già la spiga fatta. Cereale di gran pregio, il frumento si agghindava di fiori e nelle sue piane pullulavano rosolacci, fiordalisi, nielle e papaveri.
Il "furmenton" cresceva più modestamente. Poi il contadino incominciava a togliere con la zappa l'erba che infestava le sue radici e smuoveva la terra attorno.
Il mais cresceva di statura, metteva in testa un pennacchio ardimentoso e si slanciava verso il cielo, superando in altezza le viti ed anche i gelsi.
Spuntava la pannocchia, che rimaneva nascosta in un cartoccio verde, dal quale sbocciavano dei baffetti biondi. I ragazzi poi, per emulare i grandi, usavano i baffi del granoturco facevano le sigarette da "cavei dul furmenton".
Quando non cresceva più, il contadino gli tagliava la testa; il pennacchio passava alla mangiatoia prima ed alla concimaia poi. A pannocchia fatta, venivano tolte le ultime foglie verdi.
Quindi si staccava la pannocchia già essicata.
Nella piana desolata, rimaneva il fusto ormai spoglio. Più tardi, verso l'inverno, il contadino ripassava con la zappa affilata e con un leggero colpo faceva saltare anche il fusto, destinato a far da letto alle bestie o ad avviare il fuoco, a seconda della necessità. Quando la famiglia del contadino dormiva sul saccone gonfiato con tre spanne di frasconi, forse riposava meglio le ossa stanche che sui materassi di oggi. Sfogliare furmenton, un tempo, era l'occupazione delle famiglie contadine nelle lunghe serate invernali.
Nella stalla, dietro le bestie che riposavano, si portava un mucchio di pannocchie e tutt'intorno sedevano gli... sfogliatori. Prima di tutto, si recitava il rosario, poi i più anziani, a turno, raccontavano gli esempi e le panzanighe.
Qualche volta, anche, si cantava, se lo sguardo del regiù era sereno.
Le canzoni preferite, senza dover ricorrere alla Hit parade, erano "La Violetta la va... la va" e "la Marietta la va al fosso a resentà".
Dal cartoccio uscivano pannocchie bianche, pannocchie gialle ed anche pannocchie rosse.
Quelle bianche, si diceva, avevano bevuto il sole del mattino; quelle gialle, il sole del mezzogiorno; quelle rosse, il sole della "basura" (pomeriggio).
Quando capitava qualche pannocchia ibrida (bastarda), coi grani metà gialli e metà bianchi, si riteneva che fosse piena del sole... della luna.
Le più belle pannocchie venivano messe da parte per semenza e per le speciali polentate di S. Stefano, di Capodanno, della Epifania, di S. Anastasio e di S. Antonio.
Le più spettacolose, rosse, grosse, lunghe, venivano innalzate come trofeo.

 I mangiapulenta


L'importanza per l'alimentazione del bestiame impose la diffusione del mais e i contadini ne scoprirono l'importanza anche per l'alimentazione umana e inventarono la polenta che fino al principio del secolo scorso fu l'alimento fondamentale lombardo-veneto, un alimento che è valso ai settentrionali la qualifica di "polentoni' o "mangiapolenta".
Tutti la conoscono, anche se oggi la polenta è stata declassata.
La polenta veneta è fatta con farina di granoturco macinata fine mentre quella lombarda con farina più grossolana detta "bramata o bergamasca".
Una buona polenta deve essere cotta per più di un'ora in quella caratteristica stoviglia chiamata "paiolo" in dialetto "ul pariö" di rame non stagnato (ci fu concesso legalmente anche in tempo di guerra quando tutte le stoviglie di rame furono requisite).
Deve essere cotta al fuoco e alla cottura emana un profumo caratteristico: mentre la polenta veneta è piuttosto fluida quella lombarda è consistente e versata sul tagliere di legno conserva una bella forma a cupola.
Oggi la tipica polenta contadina è quasi scomparsa con la scomparsa del fuoco, quello con le fiamme guizzanti del camino e delle stufe, ed è stata sostituita da varietà precotte e variamente confezionate ora in commercio, ma la vera, autentica polenta nostrana è ineguagliabile.

 

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